lunedì 30 settembre 2019

Per l’ambiente a colpi di colpe


Quello che voglio dire è che poi, alla fine, io non riesco a sentirmi colpevole.

Bruciando praticamente in questo sacro fuoco ambientalista, tutti i momenti mi sento dire che io non sono disposta a cambiare il mio stile di vita. E che quindi tutto questo è anche colpa mia. No?
Ok. Mettiamo che sia vero che non voglio cambiare, mettiamo che sia vero che questo implica che sia colpa mia, e che sia vero che io non conoscessi già le mie colpe… Allora vediamo come cambiare questo stile di vita.

Dunque, premetto che io mangio la carne, ma io non mangio la carne soltanto perché mi piace, bensì anche perché nel turbinio frenetico del logorio della vita quotidiana nella città tentacolare anche detta giungla d’asfalto, di solito, ai pasti, io, in suddette circostanze frenetiche della logorante quotidianità, agguanto e azzanno qualunque cosa sia veloce da conquistare e rendere aggredibile dalle mie fauci.

È l’unica cosa che posso fare, e non so come fare a cambiarla. Non è che non voglia, proprio non lo so fare e non ho neppure il tempo di imparare a farlo, perché nella mia vita forsennata tentacolare c’è spazio per poche cose oltre a produrre reddito, mangiare, accudire prole, schiantarsi di stanchezza nel letto manco rifatto. Per carità, ognuno ha le sue priorità, io ad esempio adesso sto qui a scrivere invece di preparare la cena o compilare un elenco di marche da boicottare, probabilmente è una priorità tutta distorta, ma non è che mi puoi rifare tutta da capo.

Non sto cercando di deresponsabilizzarmi, non mi piace affatto inquinare, davvero, ma non conosco un altro modo di vivere, o di sopravvivere.
E poi a me non fanno niente bene le colpe, per colpa delle colpe ho capitalizzato almeno 500 sedute dallo psicanalista, totalizzando così almeno 1000 viaggi tra andate e ritorni in auto, emettendo perciò gas serra.

Sto dicendo che ci sono cose di cui noi nati nella parte di mondo fortunata-privilegiata-predatrice cinica-superficiale-consumistica-selvaggiocapitalistica-compulsiva-narcisistica e, non dimentichiamolo, dell’apparire, ci sono cose di cui non siamo strettamente “colpevoli”.
Ne siamo fautori forse.
Abbiamo, da bravi animaletti, risposto agli stimoli, e imparato, inconsapevoli, che ci piace d’inverno entrare in una casa calda e d’estate in un cinema fresco, che con la macchina sotto il culo facciamo molte più cose, nel logorio della giungla frenetica d’asfalto, di quante riusciremmo a farne coi mezzi, a piedi, o con la bici.
Perché fare cose è per noi sopravvivenza, per noi è "fare o morte".

La bici. Io l’ho usata tanto la bici nella giungla tentacolare d’asfalto, era il mio orgoglio fare tutto con la bici, vento e neve, figlia piccola... Poi ho preso il cane, e ci ho provato, con la bici, col cane, con la figlia, che nel frattempo era diventata meno piccola, ma per strada mi urlavano pazza e io sono influenzabile in modo paradossale. E ho preso una macchina, è minuscola, ma sì, inquina. Avere il cane però dovrebbe essere un’attenuante perché questo fa di me un’amante degli animali e, per sineddoche, della natura. Alla fine mi ci sono anche affezionata a ‘sto povero cane d’asfalto.
Questo per dire, anzi confessare, che uso la macchina, che ne ho bisogno, che non so come farei senza macchina nella mia vita frenetica logorata.

E c’è questa piaga della plastica. Io la divido, la riciclo, la sminuzzo e la schiaccio nel modo che mi hanno spiegato, ma quello che acquisto è là dentro, a volte in confezioni inespugnabili, e quello che acquisto non è sempre inutile. Cerco di essere parca, da tempi non sospetti, già negli anni ‘80 dividevo i fazzoletti di carta a metà per non sprecare la suddetta carta. Ma più invecchio e più le frustrazioni mi abbrutiscono e lo ammetto, a volte voglio degli oggetti per alleggerire le frustrazioni.
Tra l’altro le frustrazioni mi mandano dritta dallo psicologo, altra benzina nell’aere.
Ma sono morigerata, davvero, chiedete a chiunque, a volte non tiro neanche l’acqua, pochissime lavatrici, biasimo assoluto dell’aria condizionata nella giungla d’asfalto. Uso la quantità di carta igienica strettamente necessaria, quando vado al mare sono praticamente a impatto zero, la mia casa è un monumento al riutilizzo, tengo le batterie scariche, le lampadine fulminate, tutta quell’elettronica scaduta, per poi portarla nei luoghi atti allo smaltimento…

C’è questa plastica, dicevamo, i libri a scuola li vogliono foderati, se gli metti un succo nel vetro guai, è vietatissimo portare del vetro a scuola, potrebbe accadere una tragedia immane. Faccio la differenziata in modo maniacale da anni, divido gli imballaggi nelle loro componenti... “Però gli imballaggi!” mi direte. Lo so, lo so, ma non ho tempo, nel logorio d’asfalto, per recarmi con il mio flacone a farmelo riempire di detersivo di canapa, non ho tempo e non riesco a ricordarmi il flacone quando esco di casa, nel turbinio.
Io ci ho provato a cambiare, lo giuro, dovete credermi.

Io poi mi porto addosso questa macchia del cane, che pure essendo amante della natura, non è a impatto zero perché la cacca va raccolta coi sacchetti di plastica. Ho fatto un calcolo: se comprassi quelli biodegradabili, quelli che sono cari e molto porosi e ti lasciano le mani che puzzano di merda, ebbene, ipotizzando che il mio cane viva altri 10 anni, quando la malabestia stirerà le zampe avrò speso circa 700 euro di più che comprando quelli normali. Allora la domanda è: 700 euro è di più o di meno del costo ecologico, tradotto in denaro, della plastica prodotta per raccogliere gli scarti del mio cane puzzone? È di più o di meno di quanto potrebbe costare riparare ecologicamente al danno?
E se con quei 700 euro io mi pagassi dieci sedute extra dallo psicanalista, che mi fanno tanto bene all’animuccia mia bella liberandomi delle costose e inquinanti colpe? E magari finisce che mi compro meno cose perché sono più serena e non mi devo assolutamente prontamente e impellentemente consolare con un microventilatore a manovella tutto in plastica?
Quindi abbiamo uno scatolone di sottilissimi sacchettini di plastica disperso in mare in dieci anni contro un miniventilatore a manovella. Forse se ci metto sul piatto che alle sedute extra potrei andarci con la metropolitana… certo che i biglietti della metropolitana, quelli di carta… Chissà quanti se ne producono tutti i giorni?
Ok, è vero, in realtà lo si fa per diffondere una cultura. Ma se poi quello che produce i sacchetti biodegradabili vende armi?
È come il gioco delle tre carte, non se ne viene a capo. È lo stesso con l’alimentazione.

L’alimentazione etica. La famosa carne che, se messa in tavola ben cotta o al sangue, sta distruggendo il pianeta.
Dunque, apriamo questo capitolo spaventoso.
Nel mio personale e solitario dramma serale del Che cosa cucino, di sano ma nutriente, di etico, e che piaccia ai più? mi dicono quinoa. Gesù, ma come diavolo è fatta codesta quinoa? Al supermercato (io è lì che faccio la spesa, nella frenetica città tentacolare) come riconoscerla? Come accidenti si cucinerà questa quinoa? Ma soprattutto, è vero che tutto il trambusto per la quinoa di noi privilegiati sfruttatori che ci siamo all’improvviso accorti della quinoa, sta impoverendo in modo tragico le popolazioni della Bolivia e del Perù provocando drammi sociali inimmaginabili? È vero che gli anacardi li chiamano “insanguinati” perché le indiane passano almeno 12 ore consecutive al giorno a romperne i durissimi gusci soffrendo come bestie e guai a lamentarsi perché sennò son punizioni anche letali? E gli avocado non stanno forse devastando il sistema idrogeologico di qualche zona centroamericana che adesso non sa più dove troverà l’acqua per le città? O forse erano gli avocado ad essere insanguinati? Che cazzo. Le tre carte.

Io poi ho un grosso problema con l’alimentazione sana, lo riconosco, non mi piace, dirò di più, detesto persino la frutta, più o meno tutta a parte le banane che probabilmente non sono proprio frutta. Una volta ogni sei mesi mi accorgo del banco frutta e allora compro 4 mele, misteriose sfere che decorano il mio tavolo indifferenti e impassibili per i sei mesi seguenti. Poi, uno spicchio alla figlia e uno al cane, mezza mela ogni tanto la facciamo fuori.
Sono una criminale, lo so, ma pietà, prendetemi come una malata incapace a trangugiare una cosa fredda, tendenzialmente insapore, solida, ma che t’inonda la bocca d'acqua.
Vai dai contadini, mi si dirà, ma davvero, credetemi, non mi piace lo stesso.
Però quando nel turbinio della vita d’asfalto mi sento abbastanza in colpa per lo scioglimento dei ghiacciai, degli uccelli che scompaiono, delle popolazioni schiave, per punirmi io mangio qualche acino d’uva. Ma scommetto che quella senza semi non vale.

L’altro punto su cui devo fare outing è il riscaldamento, non quello globale, quello di casa mia, e qua sono davvero tra gli imperdonabili. Ho freddo, non c’è altro modo di dirlo, tanto freddo. Mi copro, come mi copro io non si copre nessuno, metto anche la calzamaglia sotto i pantaloni, ma niente, appena il termostato va sotto i 22 io ho i geloni. Lavoro a casa, seduta a un pc, non uso calorie neppure per fare ciao con la manina a un collega, nel mio isolamento, che è comunque turbinante d’asfalto. E arriva un punto che non riesco a usare bene le dita sulla tastiera per la rigidità. Dicono sia anche la stanchezza, dormo poco, sono i sensi di colpa. Quindi se voi mi colpevolizzate, io produco clorofluorocarburi. Io chiedo scusa sinceramente a tutti, proverò con 21 e mezzo, ma non so se ce la faccio.
Forse, se facessi un po’ di sport, attiverei la circolazione o qualcosa di altrettanto sconosciuto che è nel mio organismo e soffrirei di meno il freddo, ma il tapis roulant richiede elettricità, che va prodotta emettendo gas serra. E se vado al parco a correre, che è pure più bello e fa tanto America? E così ci porto pure il cane animalista classe A+. Ma come ci vado? Col tram? A piedi? Non ho tempo, nella giungla frenetica, arrivata là dovrei già tornare indietro, quindi ci vado con la macchina. E allora tanto vale che riscaldi la casa.
E comunque il mio ginocchio sinistro non sta bene, e se devo fare un’altra ecografia perché si infiamma di nuovo, è altra elettricità che se ne va, oltre al ricorso, in fondo evitabile, alla sanità pubblica. Che stampa un sacco di fogliacci, tra l’altro.

Queste non sono opinioni, me ne rendo conto, e io non voglio scaricarmi la coscienza, se mai ne ho una, però c’è un punto d’ombra che non riesco a leggere chiaramente in questo fervore ambientalista. Credo, l’ho detto, che riguardi il mio fastidio per le colpevolizzazioni.

E c’è un’altra cosa, ma non so se dirla, non so se la so dire e se mi verrà perdonata. Credo molto profondamente, davvero davvero convintamente, che siamo una specie quasi come le altre, che ha creato il suo destino, va detto, fortunato completamente a casaccio e preda di una sola manciata di istinti: perpetuare la specie, limitare il dolore dei bisogni, soddisfare i desideri. Credo che come tutte le specie, siamo di passaggio, e che come tutte le specie, beh, abbiamo le nostre vittime e cruente ingiustizie. E non mi fa piacere tutto il dolore del mondo, e tutta la nostalgia dell’essere di passaggio, ma temo sia la natura. Siamo prodotti della natura e la natura ci ha fatti così, meno morali di quando sognassimo. La natura comunque di noi se ne frega, e non sarà il declinare delle condizioni che rendono possibile la vita umana a farla scomparire, non è detto neppure che non ci adatteremo. Certo l’evoluzione richiede un tributo.

Comunque, gente d’asfalto, contate su di me, farò del mio meglio per sopravvivere e per far sopravvivere. Io per me metterei leggi durissime e spietate in favore dell’ambiente, perché purtroppo è vero che senza la politica l’ambientalismo è un argomento per le amiche di yoga.
Io nel mio piccolo non bevo certo l’acqua in bottiglia. Posso anche andare sulla fiducia e comprare quei maledetti costosissimi e porosi sacchetti biodegradabili per il cane triste. 

Solo non so quanto sia furbo giocare ai Savonarola tra di noi gente d’asfalto.
Perché quando tutto questo, Greta compresa, verrà digerito dal grande digestore che tutto digerisce e tutto rende organico, saremo nello stesso smog del disgelo degli oceani di plastica e isole di spazzatura del pianeta surriscaldato, ma con un po’ più di odio.

giovedì 12 settembre 2019

BUON COMPLEANNO




Lascia che ti misuri
l’altezza, il peso, l’amore.
Dieci anni davvero? Eccoti lì, dieci anni.

Buon compleanno bambina,
buon compleanno regina
danzatrice cantante pittrice gattara,
addestratrice
di cani, lumache, paguri, fantasmi.

Non l’avevo capito,
quando mi guardavi con gli occhi notturni
più fondi del tempo,
che la tua testa avrebbe toccato il mio mento
e ci saremmo guardate negli occhi così
come due
non più una.
Auguri a te
che non vuoi parole ma cose
da fare, vedere, cose da giocare.

Vorrei che fosse tutto lì,
un balletto
tra i miei e i tuoi dieci anni.
Dieci anni bambina,
che vuoi per regalo? la bici? lo zaino? il vestito che ami?
Il mio potere si ferma qui,
non ti posso regalare
le promesse che ti ho fatto:
andrà tutto bene, sempre.
Perdona
una madre che non lo sa fare.

Tieni, prendi tutto il mio cuore
e poi lascialo giù quando devi volare.

venerdì 27 aprile 2018

LA MAESTRA MI PIACCHIAVA





La mia maestra menava sodo, credo che mi abbia guastato un po’ la festa durante quegli anni di scuola, che mi abbia tolto un po’ di allegria.
Anche il dentista non era un simpaticone, non faceva l’anestesia, per dirne una. Ti guardava morale, come a dire “Non avrai mica paura?” Eh no, se me lo chiedi così vuol dire che no, paura non si può avere.

La maestra ce l’aveva soprattutto con Salvatore e con Mauro, che sono ovviamente pseudonimi, ma io li ricordo bene. Salvatore aveva una dozzina di fratelli, una madre sempre incinta e qualche volta un occhio nero.
Mauro aveva gli occhiali spessi, un’aria venuta male, e non so che altro. Loro le prendevano di santa ragione, sotto i nostri occhi oppure fuori della classe, mentre noi ascoltavamo i rumori. Scuoteva per i capelli il tuo vicino di banco con una furia inusitata urlando “Ma diiii!!!” mentre tu speravi che non toccasse mai a te.

Sono stata una bambina diligente, timida, remissiva. Probabilmente è stato per sopravvivenza. Solo a guardarmi in faccia mi davi un bel voto.

Poi c’è stato il liceo. La scelta del classico seguiva l’innamoramento per i poeti, ma non credo che mi piacesse poi tanto studiare, imparare sì, allo spasmo, ma studiare no, eppure passavo tutte quelle ore seduta con i libri davanti fantasticando d’altro e senza capire granché di quello che c’era scritto.
Non sapevo nulla di nulla, nulla di me e del mondo.
Ma ho avuto fortuna e ho incontrato qualche buon maestro che ha potuto seminare nel mio molliccio.

All’università ho perso un sacco di tempo senza capire che quel tempo e quelle possibilità non sarebbero tornati. Ma qualche piccolo seme cominciava a germogliare.

Oggi so una minima parte di quello che ho studiato nella mia vita. Mi costa ancora molta fatica leggere, se andassi a scuola oggi avrei con me una bella certificazione di dislessia e una di disturbo dell’attenzione, non ho dubbi.

Quindi è solo per una serie di fortunati casi che oggi non passa giorno senza che mi riecheggi nella mente qualche verso di poeta, senza che mi faccia una domanda o due, o mi venga di farne ad altri, senza che un’idea provi a fare breccia, che impari qualcosa di nuovo, senza che faccia Ohhh, come i bambini di Povia (o erano piccioni?)

Ma mi è toccato sentirmi spesso a disagio, fare delle gran figure di merda, stare in giostra di continuo attraverso incontri e con mille sconvolgimenti, faticare insomma per recuperare a mio modo quello che mi era sfuggito per colpa della maestra, del dentista, delle mie fragilità non riconosciute.

Ecco perché non sarò certo io a rimpiangere i bei tempi andati, oggi che è mia figlia ad andare a scuola.
Ecco perché non sopporto più questi tromboni che sentenziano che i compiti non hanno mai ucciso nessuno, che ai loro tempi le prendevano prima a scuola e poi a casa gli davano il resto. Ma vaffanculo.

Ma un rammarico ce l’ho, è il futuro che non c’è stato.
È il nulla che si è sostituito al decadere di quella scuola incontestabile.

Vedo bambini tutti i giorni, sembrano felici.
Ma non riesco a togliermi dalla testa quell’aria che hanno, quella di fare ciò che tutti fanno, farlo come tutti lo fanno. E vedo imparare a scrivere leggere e contare, una gran soddisfazione, soprattutto se lo fai un pochino meglio degli altri.

Quel che vedo è la costruzione laboriosa, capillare, intensiva, di un sistema di dogmi.
A contenerli una cornice di ferro che, pioggia o neve, sole o vento, fiori o rami, è un rigido calendario settimanale.
Sembra un po’ che qualcuno gli abbia detto che sapere è sapere cose. Che tutto è misurabile e davanti a nulla si resta a bocca aperta.

Vedo che crescere è stracrescere. Vedo potenziamenti di inglese, corsi di scacchi, di cinese, di solfeggio, tutto molto intensivo in nome di un impegno che è disimpegno.
Perché l’impegno della scelta non attecchisce in menti sempre concentrate su qualcosa.

Mi chiedo se quello che non è riuscito a fare Hitler non lo stiamo facendo noi... E non mi riferisco alla campagna di Russia.

Ecco, io vorrei campionati di distrazione, elogi degli errori e allegri roghi per questi libri scolastici scritti dal marketing editoriale. Vorrei lezioni di noia, di stare in coda alla posta.
Insopportabilmente naif e fricchettone, è vero, ma a guardar bene di solito i fricchettoni hanno figli piuttosto concreti che parlano di soldi, che gli occhi li tengono sul banco, con un elenco di impegni troppo fitto per stare in coda alla posta e che non cambieranno il mondo.

Bene figlia, lascia perdere, guarda fuori della finestra, è tutto lì raccolto nel pulviscolo sospeso tra te e il mondo. Trova quel pulviscolo trasparente.
Trova un giorno un vero maestro, non un professore, un maestro grande dico, non qualcuno che ti istruisca o ti guidi. Solo qualcuno o qualcosa che ti faccia tornare la curiosità che intanto ti avranno tolto.



domenica 15 aprile 2018

LE OPINIONI DEI LETTORI

È dura ricevere critiche, ma quando sono costruttive se ne deve fare tesoro.



mercoledì 4 aprile 2018

IL GIAGUARO FA TIC TAC





Da un po’ di tempo, saranno 43 anni, non posso negare di sentirmi braccata da qualcosa.
Credo sia un giaguaro.
Tra i felini è il più grande, può fare 1,40 al garrese.
Il giaguaro è un predatore.

Prima era un cucciolo, un gattone un po’ feroce, che giocando magari ti stacca due falangi, cosa che ti permette di andare in giro raccontando peripezie da sopravvissuto.
Ma è cresciuto, negli ultimi dieci anni ha fatto una specie di upgrade che l’ha reso imbattibile, le sue fauci sempre pronte a ghermirmi la carotide.

Non so se potete capire.
Sei lì in macchina, sotto le tue ruote sempre quella linea immaginaria che parte da dove sei partito e punta dove punti, e arrivato lì, ne partirà un’altra e poi un’altra, fino cena, da preparare, di corsa. Sei nel bel mezzo di una sassaiola di cose “da fare” e non ancora fatte. Preso multa, rotto cavo pc, comprare mutande figlia, pagare condominio, fare revisione, telefonare, ordinare, cancellare, ricordare, consegnare, poco dormito, e chi dorme più? E la sveglia domani e... tac. Il giaguaro.
Che sarà mai, un po’ di stress. Caro giaguaro ti domerò, allo stress si può rimediare.

Sei lì che ti gratti le ginocchia, soddisfatto dell’ultimo lavoro, felice dello sguardo sereno di tua figlia stamattina, di come va l’amore, la casa quasi in ordine, progetti che si preparano.
Hai tempo per fare quella cosetta che ti riprometti sempre, ridipingere l’armadio in camera, leggere quel libro, portare il cane in collina, c’è anche il sole, andare a correre, andare a trovare la tua amica che ha avuto il bambino, fare lasagne da congelare per tutto l’inverno, così addio senso di colpa per quelle cene striminzite e insalubri, fare un sonnellino e tac.
Giaguaro.

Facile, è angoscia, l’abisso della scelta, stai per precipitare nel nulla di Heidegger.
Bene, non mi prendi, adesso scelgo e ti frego, mi butto sull’armadio. Anzi, anticipo la tua prossima mossa giaguaro, vado dritta al sodo: ciò che sto evitando, il romanzo che langue nel cassetto da anni, mi metto al sicuro dalla zampata del rimorso.
Eccoci, il testo scorre, nascono idee, mi accarezzo i personaggi, e le molte voci tacciono e tac. Il giaguaro alle calcagna.

E non viene mai di fronte. Magari! Cercherei una strategia, mimetizzazione, boccone avvelenato, addomesticamento.
Ma il giaguaro è imprendibile, invincibile, indomabile. Animale sdrucciolo.

Ti ho capito, ti ho già visto, sei il giaguaro inadeguatezza, sei qui a dirmi che la trama non fila... Ma al Premio Calvino dissero che ero brava!
Seee, lui mi risponde, e allora perché non hai vinto? Lo vedi anche tu che basta andare su fb per trovare gente molto più brillante di te, e anche più colta. E quel tuo blog?
Beffardo. Il blog ha i suoi affezionati gli rispondo. Ma lui ride, indifferente.
Oh giaguaro, lo so di cosa parli, e va bene, ho gli anticorpi, so che fare, umiltà e curvare le spalle, andare avanti, lavorare.
Non gli dò più retta e lui scompare, ho vinto io.

Ma ecco provenire da chissà dove suoni d’oltretomba, spezzati da paura e dolore, profondi come il bassotuba. Lo cerco, è lui sicuramente, ancora lui, che è andato a infilarsi in una tana segreta e buia, dalle dimensioni recondite, nella quale potrebbe scomparire tutto, la mia casa e tutto il quartiere, nella quale ci si può infilare inavvertitamente come in un tunnel.

Ti ascolto, là. Sentiamo come canta 'sto giaguaro, e senti senti fa tic tac, sotto tutto c’è un tic tac.
Sembra un rombo, un tuono, una cavalcata imbufalita contro te, ed è un tic tac...
Fa questo baccano tutto il tempo, più lo senti e più distingui, che sia lontano che sia vicino, che dormi o sei sveglia, che godi o rosichi, tic tac, tic tac. Costante, estenuante, ti porta ad un delirio di fragori, una tempesta di rimbombi.
Un giaguaro che ti segue e fa tic tac.

Giaguaro memento mori, perché no?
E va bene, anche su questo ho spalle larghe, so che fare, ho la mia filosofia, son testacchiona io, ma quando si tratta di vivere, allora vivere.
Mi fermo qui, non vado oltre, come fa lui, sempre un passo oltre. Io mi fermo, resto qui, non lo seguo su quegli orizzonti esagerati, resto qui e vivo. Niente rimpianti, è passata la stagione. Che ora è? È questo che conta, l’adesso, e adesso ho da fare.

Giaguaro ansia, giaguaro sindrome premestruale, giaguaro paura, giaguaro bilanci, giaguaro ora libera e non volerla sprecare, giaguaro maniaco depressivo, giaguaro fallimenti, giaguaro bruxismo, giaguaro bipolare, giaguaro sensi di colpa, giaguaro amore ostacolato, giaguaro menopausa prossima visitatrice, giaguaro disoccupazione, giaguaro piove da una settimana.
Tutti predatori degni... Ma non sono il giaguaro. Lui ti sconquassa le cervella, le viscere, fa venire le extrasistole, non è una scimmia, non è un grillo petulante, non è una mosca o una biscia, è un giaguaro inesorabile.

Il giaguaro sarà anche ciascuna di queste cose... sarà pure il dolore, il male in persona.
Ma il giaguaro non è qualcosa a cui si risponda con un namiohorengekio o ridipingendo l’armadio, cercando uno psichiatra, iscrivendosi in palestra.
E seppure ciascuna di queste cose ha denti e fa tic tac, no, non basta.

Il giaguaro è uno scherzo, è un doppio fondale, un prestigiatore venuto dal più fondo buco dello spazio siderale.
È il pezzo che ti sfugge, il frammento andato perso. Lui te lo riporta di continuo sotto gli occhi.
Non è opera sua l’allucinazione in cui viviamo, l’illusione di cui siamo fatti, la parvenza d’essere qualcosa che ci puoi toccare, ci puoi guardare, ci puoi afferrare.
Opera sua è la fitta che quello squarcio nella nebbia ci procura.

Abbiamo dentro noi ricordi, aneliti, spettri di paesaggi, città, spiagge, paradisi perduti in cui sogniamo di ritornare, un giorno. Forse non li abbiamo neppure mai visti questi luoghi di fantomatiche radici e buen retiro.
Magari ci compreremo persino un bel pezzo di terra, in questo tentativo di possederne la bellezza, la memoria, di visitarla ogni volta che ci va.
Abbiamo idee e convinzioni, abbiamo desideri, abbiamo sangue versato in fiumi di passione, abbiamo angeli cui ci siamo votati.
E desideriamo difendere tutto questo che consideriamo nostro in casseforti di cemento, all’ombra d’eterne fronde, in cima a vette celesti.
E a quel punto ci accorgiamo che c’è sempre lì in giardino un giaguaro in un cespuglio, sotto l’altare di una chiesa, macchie fiorite che si muovono selvagge tra le tende di una finestra, a renderci impossibile quel possesso.

Giaguaro nemico, sabotatore, predatore, io non ti voglio vincere, né fuggire, forse solo accarezzare una volta, chiederti pietà, selvaggio essere.
Ma tu, come tutto, non ti fai conoscere.



venerdì 23 febbraio 2018

EGO













Ego è un cane rabbioso. Non se tenuto bene al guinzaglio, liberato casomai solo in zona protetta e sotto stretta sorveglianza. Ego deve poter fare il suo sporco lavoro. Ego può diventare un simpatico animale da compagnia scodinzolante.
Io sono un tipo tutto d’un pezzo, e faccio del mio meglio per tenerlo a bada.

Ciao mi presento.
Eviterò di fare il mio bozzetto da tipo sbarazzino che ne combina di tutti i colori, che non sa che giorno sia, che rovescia il caffè, che non trova la macchina, che si è appoggiata con la giacca alla vernice fresca.
Non sono il tipo che ride per queste fesserie. Quando non trovo la macchina non rido, sudo. Quando rovescio il caffè arrossisco vistosamente.
Mi governa l’ansia, mi dici “salta” e io salto. E questo fa di me una persona molto seria. Sono di una serietà spaventosa.

Ma soprattutto, diciamolo, non so parlare di me senza parlare degli altri. Ad “altri” sono messa bene. Ne ho una collezione superlativa, da fare invidia a chiunque per qualità e quantità. Ci ho messo una vita a farmela. E loro mi apprezzano. Per intenderci, ecco una cosa che mi è stata detta di recente:
“La tua imitazione di Celentano dopo 10 anni è ancora la migliore in cui mi sia imbattuto”.
È magnifico lasciare il segno.

“Buongiorno, la chiamo per il suo manoscritto”. No questa non è vera. È Ego che mi rosicchia una caviglia.

Palestra? Alimentazione sana? Abbigliamento ricercato?
Sono trasandata come al liceo, quando abbinavo il blu e il marrone. Giro coi buchi sui gomiti, le scarpe infangate. Parrucchiere uno all’anno, e alla mia tavola è rarissimo vedere un frutto o una verdura. Vado a pizze e hamburger, patatine, formaggi, dolci tutto il giorno. A mangiar fuori si va al sushi all-you-can-eat, di quelli che non devi farti domande.

Molto corteggiata, tiè. Buono Ego! Dev’esserci un’app che si chiama Provaci-te. Inspiegabilmente o no, piovono uomini, torme di bei giovanotti e di omaccioni cresciuti si interessano a me con una certa intensità, e dove ti giri ti giri è tutta una galanteria.

È genetica, ce l’aveva mia madre e ce l’ho io, è un’altra cosa, io prometto felicità appena entro in una stanza.
Rilassatevi, Ego è seduto e scodinzola appena.

Mi finisce sempre un bicchiere tra le mani, quasi non me ne accorgo e mi esce un “perché no?". Dev’esserci un’app tra baristi. L’ultima volta, avevo fatto appena appena una punta di urlatina con mia figlia, il barista pietoso mi domanda sussurrando: “Ti faccio uno spritz?”

Io che leggere leggo, scrivere scrivo, cantare canticchio, ridere rido, piangere lo faccio, cinema quando si può. È più una grande storia d’amore col divano, quello che non si può fare su un buon divano bisogna pensarci bene se vada fatto.
Tendo a muovermi nel raggio di 400 metri, oltre è l’Estero.

Io io io. Mica mi nascondo, mi faccio questo giro con il mio cane al guinzaglio e vediamo come va a finire. Perché quando c’è Ego, corri corri, ci si ferma presto.
A dire il vero qui padrona è la fantasia. Perché io sono me, d’accordo, ma sono anche qualcun altro, è questo nome senza il quale io non sarei davvero io. La bambina sconosciuta che porto con me sempre e da sempre.
Siamo io e te, piccola Angelita di Anzio.

Ho poi questa figlia, fortunata me. Concepita a Cuba come una stella cadente destinata alle mie mani, improvvisa e dirompente come un pugnetto di polvere sui cui esplode un pianeta.
E qui Ego fa una capriola, si divincola, per un soffio non mi scappa e non mi azzanna la figlia alla giugulare.
Se lasci che sia il tuo cane a scegliere quello che ami e che non ami, ti ritrovi presto ad annusare ogni tipo di escremento per strada, ad azzuffarti con altri cani, a grattare forsennatamente pruriti irresistibili.

Eccomi qua, a cercare di bucare fondali e buttar per terra le quinte legnose di un palcoscenico, travestita da me mi godo da qui le avventure che mi aspettano. Ego, un istante fa così impetuoso, è sottile e docile, un fido bracco che fa il suo sporco lavoro, abbaiare, guaire, fare le feste. 

Io, io qui nella vasca da bagno, ben sapendo che da un momento all’altro potrebbe fare irruzione da quella porta tra gli accappatoi un uomo armato a ficcarmi un colpo in fronte, neanche il tempo di pensare, entrato non si sa come e perché, indagine che più non mi riguarderebbe e che sarebbe comunque storia d’altri. E puoi stare sicuro che Ego allora non servirebbe a nulla.
Io qui, sempre in compagnia di lei, o del suo cartonato, sorella morte, il tristo mietitore, la nera signora, sotto forma di sicario, di malattia covata subdolamente, o di tegola imprevista, no, non sono pronta né mai lo sarò, ché a me la vita sembra appena cominciata.

Io che ho tessuto di giorno questa me per disfarmi la sera.




mercoledì 24 gennaio 2018

LE LACRIME DEL MAGGIORDOMO





Ci sono persone che nascono maggiordomo, oppure ci diventano, per bisogno forse, o perché i loro padri e i padri dei loro padri erano maggiordomi.
Ci nascano o ci diventino, il fatto è che non sanno smettere.

Hanno il loro abito, la loro postura senza una piega, la loro faccia senza un lamento, va tutto benissimo anche quando dentro li divora la gastrite.
Vigilare sulla servitù, far aspettare in salotto, non importunare i padroni di casa, attendere alla custodia del tempio, è un lavoro di grande responsabilità, il destino a cui sono convinti di appartenere.
Non c’è nessuno che pensi a loro, ma è proprio questo il loro compito cosmico, il loro piccolo delirio di onnipotenza.

Passano gli anni e quell’abito diventa una pelle, e anche se li vedi una notte, senza livrea, seduti al bar con un boccale di birra, non puoi confonderti. Sembrano fatti per dire sissignore, pronti signore, no certo che non ho una vita mia, signore. La mia vita è la sua vita signore.
Come Lino Banfi in Vieni avanti cretino: “La sua soddisfazione è il nostro miglior premio.”

E se un giorno è la rivoluzione stessa a bussare alla loro porta, loro ci sognano sopra un pochetto, mentre servono il té, e dicono “interessante...” e intanto corrono a liberare un lavandino otturato, “davvero interessante, ma aspetti qui un momento per favore, la signora ha bisogno di me.”
Forse una lacrima, in segreto, si forma e si asciuga.

C’è un tarlo, forse, che li consuma, l’essersi fatti vivere la vita dagli altri. E allora qualche volta vanno a sbronzarsi e a giocare a freccette. Puoi trovarli al bancone del bar sullo sgabello accanto al tuo, con una bella sbornia triste.
So riconoscere un maggiordomo quando ne vedo uno, credetemi, ho fatto tre anni di scuola con uno di loro. Ma mai mi sarei aspettata che un maggiordomo avesse occhi tanto acquosi. Sembrava innamorato, credo fosse ubriaco di un qualche siero portentoso.

Ogni tanto qualcuno gli passava vicino dileggiandolo, “Ma lo sa la signora che bevi la birra?” Lui non li guardava neanche.
Sono incassatori formidabili i maggiordomi.
“Il padrone ti ha lasciato uscire?” 
“Voi non capite!” sbottava tra sé. E una freccetta da non so dove diretta a lui si conficcava sullo schienale del mio sgabello.
Il barista mi spiegò che quella domenica c'era il torneo, e quell’uomo era un campione nato. “Con lui si vince!”
Su in villa però domenica c’era troppo da fare, e lui al torneo non ci poteva andare.
“E senza, si perde,” aggiunse il barista ciancicando disprezzo.
“È il mio lavoro!” si difendeva lui.
“Un uomo come si deve onora gli impegni.” Fu un’altra freccia per il maggiordomo.

“La padrona...” bofonchiava in solitudine, “Che cosa direbbe lei se mi prendessi le domeniche libere? Proprio le domeniche? direbbe, Con tutto quello che c’è da fare, con i ricevimenti, i pranzi... Farebbe delle gran scenate.”
“Eppure credo sia suo diritto...” tentai.
Ma lui a stento capiva che cosa intendessi.
“E il padroncino poi? È solo un bambino, capirebbe lui?”
“Magari sarebbe fiero di un maggiordomo campione! E certamente prenderebbe a rispettarla...” buttai lì. Ma non capiva cosa volesse dire “rispettarla”, era sempre stato educato con lui, un buon padroncino tutto grazie e buonasera.

E poi c’era il padrone, con lui c’era un rapporto speciale, a lui doveva tutto, gli aveva insegnato ogni cosa che oggi sapeva.
“Il padrone non parla mai, ma si aspetta molto da me,” concluse.
E dietro le sue spalle qualcuno mimò un burattinaio.

Ingrigiscono così, possono avere trent’anni ma ne dimostrano sempre mille, possono avere una mira prodigiosa ma l’unico bersaglio che centrano sta nel loro petto, possono avere voce da baritono ma li sentirai sempre solo sibilare un sissignore.

Probabilmente non lo sanno mentre cercano scuse, ma è che non saprebbero fare a meno del loro abito, allora mettono la rivoluzione alla porta con le parole “Vi chiamo io...”

Può darsi che nei rari giorni di festa, in cui i padroni sono in viaggio, facciano baldoria in un pub, facciano a botte, ringhino contro il cameriere. Può darsi che siano altri a sopportare la bile delle loro rinunce, o che certi vecchi parenti li rimpiangano, può darsi che parlino con rancore ai propri amici, ma lassù in villa sarà sempre un sissignore.



martedì 9 gennaio 2018

LEFESTE





Il 9 gennaio c’è un abete che ti guarda chiedendo la grazia di un colpo secco. Sono finiti tutti gli avanzi, resta solo la robaccia della calza. Un pacchetto ancora intatto perché non hai fatto in tempo a vedere quella persona. Sono tracce, scarti, residui. Quello che prima palpitava ovunque pieno di promesse, ora impigrisce risaputo e logoro in un angolo della casa.
Niente paura: sono finite “Lefeste”. È normale sentirsi un po’ frusti.

Le feste si chiamano così perché ti fanno la festa.

Intanto non è solo questione di feste, c’è tutto un prima, isterico, un dicembre in cui praticamente ti casca addosso tutta la merda accumulata in un anno sotto il tappeto delle tue inadempienze.

E c’è la preparazione, il suddetto albero, con le discussioni adulto-bambino su come diavolo andrebbe fatto e su come invece si farà. Ogni anno finisco con il constatare ancora una volta come l’entropia sia messaggera di morte.
Ci sono le luci, e questo comparire a poco a poco, le vetrine, i pandori, la pubblicità in televisione, il calendario dell’avvento, il brindisi aziendale.

C’è poi la faccenda regali, con l’elenco e le spunte, eliminato, eliminato, eliminato.

Infine, per l’atteso giorno, ci sono gli altri: quelli che devi vedere, quelli che non potrai vedere, quelli che non ti vogliono vedere.

Passato l’orgasmo, quando ti credi salvo, in realtà  cavalca verso di te come un cavaliere dell’apocalisse il fratello maggiore delle feste di merda, quella sera intrinsecamente ignorante, ontologicamente anni ’80, ineluttabilmente sfigata, che io chiamo La festa della solitudine. In un attimo è quel giorno e tu hai nascosto la testa sotto la sabbia credendo di farla franca.
No, non te lo lasciano fare.

Infine la stramaledetta Befana, un’icona orrenda di vecchia inquietante, quella che si porta via le vacanze.
Il suo arrivo non è il compiersi di un’attesa, ma una strisciante e inesorabile imboscata. Ne ho qui una che mi hanno simpaticamente regalato che è voluta finire nel presepe di Babbo Natale che smonterò a carnevale con l’albero.

Un chiarimento sul presepe di Babbo Natale. Qui, famiglia laica fino al gatto e al cane, il presepe si fa per rappresentare l’unico vero avvento di questo mondo, quello di Babbo Natale.
Quindi solo neve, renne e slitta.

Perché, giù la maschera, a me il Natale piace da matti. Mi piace proprio il Natale consumista, dei regali, dell’opulenza, di Babbo Natale vestito di rosso, proprio quello della Coca Cola, dei film brutti coi buoni sentimenti, delle leggende sul Polo Nord e tutta quella neve.

A me piace proprio quel vecchio ciccione imbiancato, per me è un figo, sono convinta che esista davvero e che  scenda giù dal mio camino. Giuro che ogni anno mettiamo i biscotti e ne restano poche briciole, giuro che al mattino sono comparsi pacchi sotto l’albero, giuro che porta esattamente quello che mia figlia gli ha chiesto speranzosa.

Mi piace il Natale, mi piace tutto il baraccone, lucette, cibo, agitazione, regali, amo cercarli e amo quelle faccette fiduciose da attesa.
Perché è di questo che si tratta, di aspettare qualcosa che sicuramente verrà.
Ecco perché Babbo Natale è un figo. Perché ci puoi contare, lui fa promesse e le mantiene, si fa attendere, e infine arriva davvero.

Credo sia questa la differenza tra Babbo Natale e Babbo Vengo-presto-ma-non-mi-aspettate-magari-una-sera-di-queste-magari-a-luglio-ma-venire-vengo,-davvero,-ci-tengo.

Non lamentiamoci dunque, perché se la guest star delle nostre feste fosse questo tizio qui, allora ci sentiremmo precipitare nel vuoto.
Babbo Natale invece sai quando viene, è come un appuntamento, è come la volpe del Piccolo principe, quella del “creare legami”.

Arriva puntuale, caldo e allegro, si vede proprio che ci tiene e come lo giri lo giri puoi stare certo che non ti fa il bidone. Viene, fa uno sconquasso, e va.
Ti lascia saturo, e sicuro.



martedì 7 novembre 2017

IL CAMPIONARIO







Dunque, sembra che sia una cosa di stratificazioni. Così mi ha detto l’artista.
Cioè lui mette lì un materiale, non meglio identificato, lo stende, o lo applica sulla tela, magari con del buon Vinavil, lo lascia lì un po' e vede cosa succede. Poi un mattino si alza e ce ne mette un altro sopra, e sta a guardare, e avanti così finché non gli viene una nuova grande idea.
Fa la mostra, la gente chiede, e lui racconta questa avvincente storia: “Lascio lì e aggiungo, lascio lì e aggiungo”, dice, “perché l'Europa è stratificazione, l'Italia è stratificazione, noi siamo stratificazione.” Gli è piaciuta questa idea, perciò per lui tutto è stratificazione.
Grande intuizione.
Utile.
Profonda, ricca di implicazioni, delle stratificazioni di implicazioni.

E così tu sei alla sua mostra, fondamentalmente per scroccare da bere, e stai in questa stanza, alle pareti questi pannelli di colori e materiali diversi, questo bel campionario per decoratori, e sogni sul tuo bagno, che vorresti cambiare, e ti immagini la casa nuova di quando un giorno ne avrai un'altra più grande, in una nuova vita, pensi alle pareti. Come le vorrai le pareti?
Allora ti immagini questo tizio che viene lì e ti dice: “Signora, lo stucco veneziano le costerà un po' ma le risolve il salotto.”






venerdì 20 ottobre 2017

INFORMATI!

OPPURE STUDIA.





Salve, amico no-vax, ti presento il pensiero critico.

Un po’ presuntuoso da parte mia, me ne rendo conto. Ma io ho Giordano Bruno con me, tu chi hai, Sai Baba?

Dai, prendila sul ridere, ci vediamo in giro, ci vogliamo bene, abbiamo i figli a scuola insieme, e poi io sono d’accordo con te, questa legge è odiosa, fatta da un governo odioso in modo odioso.

Solo che spesso mi dici che devo informarmi, perché “Informati” is the new “SVEGLIA!!!”
Ma io non credo che mi informerò, anzi starò alla larga dalle informazioni, ne ho abbastanza di tutte queste informazioni.
Informati tu, ché io non intendo farlo. Io preferisco la retroguardia, dove si perde tempo a distinguere e selezionare.
Tu mangia pure, che io digerisco.

Ed ecco il tuo sguardo pietoso sulle mie ingenuità: “Le cose sono un po’ più complicate di così” mi stai dicendo (is the new “Capra!”), ma non è il complicato a spaventarmi, è il facilitato.
Non è una questione di fiducia nelle istituzioni, è una questione di fiducia nel tempo e nella storia, unici filtri davvero affidabili nell’universo della crisi perpetua.

Oh, la scienza moderna è una cosa meravigliosa, di cui sono così innamorata che non la tocco, posso solo lambirne i contorni. Amo però quei contorni, perché mi definiscono, mi sostengono in ogni mio gesto, mi hanno permesso di essere ciò che oggi sono.

Perché vedi, proprio a dispetto della dabbenaggine che mi attribuisci (anche se non usi questo termine, non ti verrebbe in mente, ammettilo), la scienza a cui io mi riferisco si basa proprio sul rifiuto del principio di autorità, cui tu mi accusi di essere prona, in favore dell’esperienza, della vagliabilità delle ipotesi, per fondare un sapere oggettivamente verificabile, che rigetta la certezza e persegue l’analisi dei fenomeni e delle loro cause.

Si basa sulla crisis.
Benvenuta crisis! (Dal verbo greco krino, separare, distinguere, giudicare). Ostinata maestra che mi insegni a distinguere tra doxa ed episteme, opinione e conoscenza.
Perché sono così pedante? Perché questi termini greci?
Perché il sapere è storico.
(E perché un manuale di filosofia andrebbe tenuto sempre accanto al pc).

Ma io sono un residuato bellico, è vero, un po’ accademica e artritica, e tu mi dici di smetterla con la filosofia, perché “non ci stanno dicendo tutto” (is the new “È quello che vogliono farci credere”), e io che cosa vuoi che ti risponda? Che nessuno mi ha mai detto tutto, e malgrado questo posseggo un grimaldello invincibile: quando mi dicono qualcosa, fosse anche poca cosa, io so come leggerla.
Mi basta meno di tutto.
Ecco perché non è necessario che io percorra il web in lungo e in largo come un Diogene impazzito, tentando disperatamente di “informarmi”, perché ho studiato filosofia.

Perciò questo pensiero critico, questa conoscenza, questa che oggi chiamiamo ancora scienza moderna è ciò che ha permesso la mia sopravvivenza e la mia protezione, garantendomi sviluppo e straordinario adattamento.

Ma è anche ciò che non ha salvato mia madre, pur dispiegando la sua forza e la sua sofisticata tecnologia.
La scienza fallisce, ed io forse ancora di più per questo la amo.
Mi metto a sua disposizione come sono a disposizione del mio tempo.

Quindi a noi due: i vaccini fanno più male che bene? Oh, boh, non credo neppure che la risposta mi riguardi di più di quanto mi riguardino le staminali. E cioè sì, ma da una rispettosa lontananza.
Però le risposte che per adesso la conoscenza, l’episteme, può dare, dicono di no, che no, non fanno più male che bene. Che la faccenda dell’autismo fa sorridere già da qualche anno. Che le argomentazioni portate sono di cartapesta...
Ma il punto per me è che quando venisse verificato il contrario, la scienza non esiterà a pronunciare questa nuova conoscenza.
Perché è scienza, e non parla finché non sa.

Ecco perché per oggi aspetto che sia la scienza a dirmi che i vaccini fanno più male che bene, non una tesi, non un’ideologia, non i singoli individui, qualunque titolo abbiano.
Non farò nulla più che un smorfia di fronte alle vostre “prove”, e no, non andrò a informarmi.
Mi affido ad essa e al suo fallimento, sì, proprio così, mi affido anche a quel giorno in cui si smentirà, senza disonore, ma per umile procedimento.
Perché la scienza è un tipo di sapere storico, non ideale, non produce idee, produce conoscenze, produce storia.

Ci ho scritto un libro sul fatto che noi siamo la nostra storia, sul fatto che abdicare ad essa ci perderà.
Quindi ci tengo un po’.

Esistono degli snodi definitivi nella storia, inventati da noi, per carità, ma che ci aiutano ad appigliarci a qualcosa nell’indifferenziato scorrere del tempo... l’invenzione della ruota, la rivoluzione copernicana, quella francese, l’illuminismo, gli antibiotici, l’invenzione della stampa, sono quella roba lì. Noi siamo quella roba lì.
Siamo Marx, siamo Gesù, siamo l’agricoltura, l’industria, la guerra, siamo Galileo, l’università, l’elettricità, internet, la psicanalisi, Platone, Einstein, il cinema.
Noi siamo la medicina, siamo i vaccini.

No, non fuggo il dubbio, al contrario, lo perseguo, ed è per questo che mi rimetto alla storia, al nostro peregrinare lungo il suo svolgersi, ed è per questo che cerco di onorare il pensiero critico attraverso l’ossequio della scienza moderna e del suo dubitare, mancando e centrando il bersaglio, insieme alla sua più antica sorella techne.

La scienza appartiene agli uomini.
Ce la siamo sudata la scienza, ce la dovremmo tenere stretta.

Concludo, amico no-vax, chiedendoti di smetterla, ti prego, di darmi dell’idiota ignorante, di dirmi che me le bevo tutte in quanto avrei paura di sollevare dubbi, perché io ho una tale consuetudine col dubbio che non vado precipitando inesorabilmente giù per ogni abisso che scava come se fosse l’unica strada rimasta. Mi muovo tra la molteplicità dei suoi crepacci e li osservo, li giudico, ci guardo dentro e imparo, per tentare casomai di descrivere una mappa di questo sacro vagabondaggio.