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domenica 15 aprile 2018

LE OPINIONI DEI LETTORI

È dura ricevere critiche, ma quando sono costruttive se ne deve fare tesoro.



lunedì 9 ottobre 2017

POSTFAZIONE IMMAGINARIA

DI UN LIBRO IMMAGINARIO




Ci tengo a sottolineare che questo è un libro autoprodotto.
Perché? Ma è molto semplice: perché non ha ancora trovato un editore, un’investitura ufficiale che lo trasformi da libro immaginario a libro vero, da burattino di legno a bambino in carne e ossa.
A dire il vero ho lavorato pochino sulla ricerca di un editore, ne ho tentati una decina, è un po’ poco dicono, ma è un lavoro troppo duro quello di stare al concerto di Springsteen sperando per tutto il tempo di essere tirato sul palco a cantare con lui.
Perciò mi sono fatta la mia band, in attesa di suonare in pubblico su qualche piccolo palco di periferia.

Dunque che cosa ho scritto?
Diceva Nabokov che quando sentiva pronunciare la domanda su quale fosse l’intento dell’autore gli veniva in mente “un prestigiatore che spieghi un trucco con un altro trucco”, ma che il libro, lì per lì, viene scritto senz'altro intento che quello di “liberarsi del libro medesimo” (ancora Nabokov).

Posso sfornare qui subito una quarantina di pagine di fine critica letteraria, un’approfondita lunga noiosissima e autoreferenziale esegesi della mia opera, con tanto di citazioni, divisa in capitoli e corredata di note, per dimostrare che sono riuscita coerentemente a dire quello che era nelle mie intenzioni.
Amo quest'albero, che ogni volta che lo scuoto fa gemmare nuovi pensieri.
Ma suvvia, chi la leggerebbe?
Perciò, se proprio non volete le 40 pagine, potreste voler leggere questa storia.

Infatti amo anche questa storia, sono stata felice nello scriverla, perché vi si avverano i sogni che nessuno oserebbe pronunciare: quel che nella vita reale non ci è concesso, qui si può.
E se di solito ci è proibito rimediare agli errori irreparabili, in questo libro è benvenuto ogni ripensamento.

All’inizio si tratta di rivisitare qualche snodo di una vita per rileggerlo e trovarvi un senso, tentando casomai di invertire una rotta, ma con il proseguire della storia la possibilità di reinventare tutto, di rifarlo, di recuperare il perduto si fa concreta.
Concreta fino all’imbarazzante punto di risvegliare i morti, o di salvare definitivamente i vivi.
A chi voleva una scelta è concessa una scelta, a chi agognava un ritorno il ritorno è accordato, qualcuno scenderà dalla croce su cui il tempo lo ha affisso, a un altro verrà regalata un’infanzia perenne, e infine sarà offerta loro la chiave del tempo, che li porrà al di fuori di esso.

Sono baciati dalla fortuna, ma le loro fortune non sempre liberano.
Questo libro in cui i sogni più sfrenati si avverano infatti è tutt’altro che divertente, è abitato da infelici, gente segnata, che ha perso tutto, qualcosa, o tanto, gente che vive per lo più dei propri scarti. Sono i tipi più afflitti che si siano mai visti.
Sono personaggi che si sono licenziati da ogni desiderio, darebbero qualunque cosa per dismettere i loro panni umani e complessi, per abbattere la visione prospettica a cui sono condannati.

Ed eccoli accontentati.
Ma c’è un prezzo da pagare. Abdicare all’essere nel tempo richiede un tributo alto, perché inseguire la velleità del rimedio rinunciando alla soglia sulla quale siamo costretti è buttare alle ortiche tutto l’impegno del nostro errare.


sabato 10 giugno 2017

IL RACCONTO VERDE


Perché l’editoria italiana sta proprio facendo un gran lavoro...



lunedì 13 febbraio 2017

COME LO FECI




Brava brava sono tanto brava.
Però lo puoi fare anche tu, prendi il sito, carichi il file, ti fai la copertina con un disegno di tua figlia, e stampi solo quando vendi. Non perdi, non guadagni.
Per il vero prendo un euro e qualcosa dal cartaceo e un quasi euro dall’ebook, solo che siccome non penso veramente di vendere, in pratica non guadagno. Poi per carità, se uno vuole comprare mi onora, ma mi onora pure se lo legge gratis.

Questo per dire che nessun editore mi ha scelta e ha messo su di me il suo segno, questo destino me lo sono preso da sola, come una di quelle donne che a quaranta decidono che il figlio se lo fanno da sé.

Ed eccolo lì, l’anatema della terra piatta e l’orizzonte del caos, le storie che mi sono nate nella testa e i miei giorni nello scriverle, stanno lì e va bene così.
Insieme a mia figlia è tutto ciò che ho fatto di compiuto, e per quanto mi riguarda mi è riuscito.

Ovvio, noi scrittori siamo fatti così, se non ti piace, per noi lo scemo sei tu...
Ma sotto ci domandiamo che cosa non va, e miglioriamo.
Ci mettiamo i decenni, ma lavoriamo, lavoriamo, tra budella sanguinolente e vuote stagioni a fissare pareti, senza stipendio, fiumi sotterranei.
Andiamo combattendo questa battaglia contro le storie, contro i personaggi, contro le parole, da tutta la vita e tutti i giorni.
Abbiamo ancora nel cuore i romanzi non finiti e quelli finiti ma di cui ci vergogniamo, abbiamo le poesie e le canzoni. Fin da piccoli abbiamo riempito la cartella, le tasche, i ripiani e le scatole di cartaccia cartaccia cartaccia, lettere, appunti, taccuini. E anche adesso, coi pc, i portatili, gli aggeggi, temiamo di morire all’improvviso e che vengano trovati i nostri file pieni di tentativi e finiscano col giudicarci ingenui e scadenti. Scoperti postumi, e pure scadenti.
Come quelli che si preoccupano che gli becchino i calzini bucati all’ospedale se finiscono sotto al tram.

Anche contro la sfiducia e la pigrizia e il telefono e la distrazione la battaglia è ardua, ed è sempre quasi persa. Quasi. Quella stessa distrazione ci rende coriacei nelle nostre inossidabili velleità, perché per noi dire è come respirare, dire è il primo e ultimo lamento delle nostre giornate.

E spesso, sì credo spesso, collezioniamo tentativi anche nella vita, concepiamo ambiziosi incipit, allestiamo illusioni, e ci smarriamo in finali ineffabili.
Abbiamo dentro mille embrioni, alcuni vivono, molti abortiscono.
È la fertilità che ci premia, attendiamo sempre l’avvento di una storia a cui sia concesso sopravvivere.

È pieno così di scrittori come questi, e io sono tra loro, lo faccio, lo amo, mi abita e mi possiede, più di un luogo dell’infanzia o di un amante o di un mestiere, più di un destino.

Ma un grazie, uno solo, lasciatemelo dire, alla bambina magica, apparsa come una stella polare, miracolosa guida per mare e per terra. Non credo di meritarla.