le cartucce

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mercoledì 7 settembre 2016

PUNTATA 14


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TREDICI




Mi piacerebbe poter dire che è stata una cosa pulita, elegante, una specie di solenne ultimo atto liberatorio. Magari un cocktail preparato con acqua ragia, “Tieni caro, brindiamo...
Come quei personaggi del tenente Colombo, tutti ragionevoli, eleganti, freddi.

Ma non è andata così, nulla è stato pensato, messo a punto, l’ho annegato nella vasca da bagno e non so neppure come ci sia riuscita. I bambini di là dormivano. Quella sera la più piccola non voleva proprio saperne.
Erano ancora piccoli. 

E mentre lo annegavo non credevo, lo giuro, di ucciderlo. Pensavo “ora reagirà, riuscirà a reagire, ad avere la meglio”, ma invece non ce la faceva, era sorprendentemente arrendevole, e io ormai non sapevo fermarmi, tornare indietro e liberarlo. Era una stretta di ferro, che aveva scolpito entrambi in un monumento all’odio.


     Alcuni di noi, ai giardini, si erano persi. “Siamo tra adulti” sembravamo dirci guardandoci l’un l’altro negli occhi da lontano, attraverso le catene di un’altalena, ma eravamo ragazzi, dentro un recinto, allo sbando e ancora alla ricerca. Ci guardavamo desiderosi, annaspando, quelli di noi che erano diventati genitori così, senza un vero piano. E nelle case che ci aspettavano a sera non c’erano spiegazioni su che cosa fosse accaduto mentre diventavamo genitori, mogli e mariti, non c’erano dei perché.

Tutti senza lavoro, senza un “vero lavoro”. Ma neppure tanto interessati ad averlo, un lavoro, che ci avrebbe resi sicuramente infelici. Perché il lavoro non crea persone felici, ma soltanto persone indaffarate, che non possono occuparsi della propria infelicità, persone inventate, che dal lunedì al venerdì credono di essere qualcosa di più di corpi brutali, pensano qualcosa di sé.

Ai giardini, nel recinto, nell’orario dei bambini e dei genitori, andare a bere alla fontana, spingere un’altalena, questo non era pensare qualcosa di sé, inventarsi un qualcuno, non era come un lavoro, con il suo abito, la sua postazione, con i suoi orari e il suo stipendio mal pagato, non era nulla di più di un corpo brutale.
No, nessun genitore laggiù, solo personaggi incompleti, personaggi senza ruolo, e che da tempo si domandavano che fine avesse fatto il loro amore.
Smarriti, dentro il giardino, eravamo ombre. Le ombre di ciò che eravamo stati, o di ciò che avremmo voluto essere.

Dunque, se ciò che siete ha a che fare col vostro amore, ricordatevi che quando finirà il vostro amore, rimarranno due corpi.



FINE




mercoledì 31 agosto 2016

PUNTATA 13


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DODICI



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Il mio è stato il classico caso da prime pagine, Durato ben poco, per la verità, visto che non ho mai negato nulla, né ho tenuto per me qualche particolare.
Ma a farla da padrona sui giornali è stato il processo e soprattutto, più tardi, la sentenza.
Il vero scandalo è stato quel giudice donna.
Soltanto poco tempo prima le era toccato un caso del tutto simile, solo che in quel frangente l’assassino era il marito. Gli aveva dato venticinque anni senza sconti.

Io invece me la sono cavata con meno della metà.
Un’indecenza per tutti.
Considerando che il mio era un uomo in regola con tutto, l’opinione pubblica era accecata dalla rabbia, “Quella puttana sarà già fuori a cinquant’anni”.

Non si può parlare di attenuanti, nel mio caso. Come ho detto, lui non picchiava, non beveva, non giocava dazzardo, non credo neppure che tradisse. Credo anzi sia stato tra i migliori degli uomini.
Si può piuttosto parlare di aggravanti nel caso precedente: cioè uccidere una madre e uccidere un padre sono delitti di diverso peso.

Non so se sia stato questo, in particolare, a infondere clemenza nella mente del giudice, questa funzione genitoriale preferenziale della madre.
Oppure se sia stata una questione più radicale. Insomma, se si sia trattato di una faccenda culturale, dall'odore dolcemente politico.
Sì, perché uccidere una donna è un atto di conservazione, mentre uccidere un uomo... beh, è rivoluzionario.

Va bene tutto, ma ribellarsi bisogna ribellarsi.


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mercoledì 24 agosto 2016

PUNTATA 12


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UNDICI





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Lentamente tornavo ai miei anni dell’università, con tutta quella selvaggia frenesia di vivere. Ma questa fase fu passeggera, finì col gettarmi in un territorio sommerso, e mi è tornato in mente qualcosa di me, di me adolescente.
La ragazzina che ero quando ero piccola, e andavo a scuola, i libri nello zaino, scarpe basse, niente tinta sui capelli. Quando ancora io non c’ero, né io né la mia colpa, e dovevo imparare tutto.
Allora la vita era un fiore, un vero fiore. Quando tutto cominciava a suscitare ribellione, e non c’era nulla a cui ribellarsi, perché tutto intorno era libertà. E perché la certezza che i sogni si avverano era ancora solida.
Perché è così che è cresciuta quella ragazzina del liceo, come se quella libertà predicata fosse limpida, come se quella parità tra creature buone ci fosse davvero, come se ad attenderla ci fossero gli amori pieni e rotondi dei sogni, come se nessuno potesse mettersi tra lei e tutto il suo potere.

E invece poi ho incontrato gli uomini, che erano diventati grandi in chissà quale modo.
Io la mia guerra l’ho fatta per salvare quella ragazza.
Ho preso ad andare indietro, negli anni, sempre più indietro, invecchiando mi trovavo a ripensare alla mia casa di bambina, ai miei genitori, ai miei giocattoli. E in questa spirale all’indietro mi son persa, lui non mi ha seguita. Non mi seguiva da tempo, fin dal matrimonio credo. Fin da quel giorno, e forse anche da prima.

Non sarebbe stato né il tradimento né una separazione con una riconquistata libertà, a potermi ripagare di ciò che avevo perso. Non che fosse lui il colpevole del passare del tempo... Ma di quell’attraversare il tempo all’indietro in solitudine.
Perché attraversarlo, da un lato oppure dall’altro, bisogna attraversarlo.

Di certo non è per uno di quei sogni romantici che l’ho fatto. È arrivato per rabbia, il raptus. È stato sulla vetta, dopo una strada in salita, l’ascensione che ci ha consumati, la via di roccia che abbiamo seguito indefessamente, come se non ci fosse un arrivo, picconata su picconata. E poi, arrivati in cima, non c’era niente, niente, non orizzonte né vegetazione, non una croce, o una bava di vento, nulla, neppure la nebbia, soltanto il niente. Allora la rabbia si è fatta grande come tutto l’orizzonte.
Con lui ho ucciso tutto, la mia fatica, la mia delusione, il dolore di tutti gli amori del mondo l’ho annegato con lui.


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mercoledì 17 agosto 2016


PUNTATA 11


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DIECI



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Era meglio una semplice separazione?
Oh no, questo è vietato. Distruggere una famiglia? Guai. Più facile uccidere un uomo.
Noi piacciamo così, amare. Siamo lì, piangenti, è così che lo vogliono, il nostro dolore, unico, statico, inginocchiato sotto la croce. Il mondo va pazzo per quel dolore di madre, di certo non ha grande interesse per le donne libere, o persino felici.

Ma una cosa così, com’è successa a me, non è che la pianifichi, è il classico raptus.
Non è che io pensi di avere fatto un capolavoro. È solo che è capitato, e quando ti vengono a intervistare, a chiedere, delle risposte ti tocca cercarle, e a cercare bene le trovi, in fondo.

Si ha un bel dire che stare insieme per i figli sia un’ipocrisia, io la chiamo "un duro lavoro". Un’ipocrisia è andare a raccontare in giro che tutto va alla grande. Le mie amiche sanno bene quante volte ho detto “lo ammazzo”.
Alla fine l’ho fatto.

A volte, in segreto, ho sperato in un colpo secco, lontano da noi, per carità, sul lavoro, una telefonata... “Signora, abbiamo fatto il possibile.” Vedi, a forza di non amarsi, dove si arriva.

Ma che fai, ti metti a tradire? Certo, l’amore era bello, e certe mattine, dopo un sogno romantico, ti prende una tale malinconia di quell’amore che non ti capiterà più. Certe mattine, se per riavere l’amore ti toccasse uccidere, o tradire, saresti pronta a farlo.
Una volta ci ho provato a tradirlo. Ma come si fa? Ricominci a fare l’amore in macchina, a quarant’anni? A raccontare palle in casa? Come un’adolescente? A far combaciare orari, coperture, alibi? Ti metti a fare le acrobazie, con due figli che ti guardano negli occhi e ti chiedono tanta verità almeno quanta te ne danno loro?

E poi, la spinta che senti... No, non è la stessa. Sono amori insidiati dalla debolezza di un corpo stanco, sfinito, un centro dei sentimenti già abusato. C’è un’amarezza, un rimpianto, dentro quei palpiti per il tuo amante, che poi alla fine, a un soffio dal suo corpo, non ce la fai. Ci vuole troppo, troppo amore, per tradire.
Era tardi anche per questo, era sfiorito persino il peccato, e così, se l’avessi fatto, se l’avessi tradito, l’unica differenza sarebbe stata che adesso saremmo stati in tre, a non amarci.

E lui, la sua vaga gelosia di bestia, a sproposito, manifestata attraverso brontolii e sguardi torvi di animale confuso, misero lui. In un uomo la gelosia è una rabbia volgare, è una logica di possesso, nulla più.
Niente a che fare con la sottile competizione che è in gioco nella gelosia di una donna, nella quale lei, ancora una volta, trova modo di misurarsi, osservarsi da dentro, niente a che fare col bisogno di assoluto che c’è in lei, che tratta l’amore come un potere divino.

Si tratta di cose. Cose, cose, è quello che sei signorina, ficcatelo in testa.
Lui ti ama? Lui ti adora? Ti stima e ti rispetta? Non ho alcun dubbio. Ma ci sarai poi tu a parlarti nello specchio, e del ricordo del suo rispetto, di quando ti ascoltava raccontare, non saprai che fartene.
Perché anche il rispetto se n’è andato, nella guerra dei veleni quotidiani.
Arriva un punto in cui disseppellire l’amore non si può più fare.


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mercoledì 10 agosto 2016


PUNTATA 10


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NOVE




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Molti, tutti forse, credono che sia una battaglia vecchia, superata, e persino sciocca, credono si tratti della fissazione isterica di una categoria di frustrate alla riscossa. Tollerano che a una donna passi per la testa ogni tanto d’incazzarsi, di piazzare lì una scenata, una rivendicazione. Mettono tra parentesi l’accaduto, lo mettono tra i costi, purché tutto resti uguale.

Fanno lo stesso nelle aziende, un capo umilia i dipendenti, mortifica il loro lavoro, lo fa quasi senza accorgersene, pur sapendo perfettamente che questo abbasserà la produzione. Lo sanno benissimo che così la gente lavora poco e male, peggio che può, ma è un costo che viene messo in conto, purché non si ribellino. Perché dalla ribellione può discendere quell’assurda fantasia della partecipazione, la condivisione degli utili, la parità.
La ribellione è sempre dietro l’angolo, sempre attuale, loro lo sanno.

Non è che un maschio lo faccia perché lo ha pianificato, lo fa perché gli è stato insegnato. Qualche piazzata, momenti di isteria e incomprensibile rancore, si tratta poi di sopportare delle gran chiacchiere, ma poi tutto passa e tutto, nella testolina imperscrutabile di quella femmina, viene perdonato.
In cambio, figa tutti i giorni, prole, attenzioni alimentari.

Stereotipi? Di quelli con cui si fanno le barzellette della settimana enigmistica?
Come se si trattasse di simpatici vizietti di una società attraversata da qualche innocuo tradizionalismo.
Il peggio che si può fare è sorridere.

Avevo amiche che mi facevano gran complimenti per il marito che avevo. Perché sapeva stirare, cucinare, pulire. Avevo amiche, devo dirlo, che se la passavano davvero male.
Non ho visto i loro mariti una sola volta alle feste dei bambini. Non che il mio ci andasse volentieri. Ci sono cose che gli uomini pensano spettino a loro solo in caso di assenza della moglie, e non c’è nessuna, nessuna ragione al mondo che mi renda possibile capire questa loro convinzione.

Ma peggio di tutto, ci sono cose che un uomo non sa restituire, non sa far prosperare. Ci sono uomini-imbuto, più gliene dai e più sparisce roba in un buco.
Eppure le loro mogli sorridono, allargano le braccia, sono pazienti.
Si può dire che l’ho fatto anche per loro.


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mercoledì 3 agosto 2016


PUNTATA 9


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OTTO



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Non c’è niente come la speranza, la speranza di vincere una corsa, di fare tombola, di essere baciati dalla fortuna con il grande amore, un figlio Nobel, una parte in un film a Hollywood, o la speranza di farla franca, la speranza che un giudice, per qualche motivo, dia ragione a te.
Io ho sperato, davvero, fino alla fine, fino all’ultima molecola d’ossigeno che mi è parsa navigare verso la superficie.
Tutto si può dire, non che io non abbia sperato.
Finché all’improvviso, come da un momento all’altro, mi si è mostrata l’inutilità di quella fede gettata nel pozzo. Era finita, la speranza.

È stato lo stesso con la menopausa, un anno fa. È arrivata così, preceduta dai sospetti, ma un sospetto non basta a placare la speranza, lei si ciba di irragionevole.
Così, se pure è vero che nessuno, nelle mie circostanze, vorrebbe più un figlio, resta addosso il vento dell’amore, il piumino di polline che passa sopra il tuo fiore, è solo la stagione della speranza. Poi, all’improvviso, quel vento disordinato ti passa sopra la testa senza lasciare più odore.
Le mestruazioni arrivano, e se ne vanno, come un vento impollinatore, tutto lì.
Passi una stagione di fertilità, e credi che durerà tutta la vita, e invece era vento, e dopo, silenzio ovunque.
Come si fa a non invidiare un uomo?

Così, anche tra noi, me e lui, all’improvviso mi sono ritrovata nel silenzio, si era consumata la speranza.

Non c’è niente che ti faccia tirare avanti come la speranza.
L’idea che la vita in fondo debba ancora cominciare, che tutto quel che si è fatto fino a qui sia solo una specie di preparazione, che tutto debba ancora arrivare, una specie di giorno del risarcimento.

Quando un giorno non ho più avuto dubbi sul buio nulla in cui lui aveva chiuso la mia speranza, e quella speranza è caduta, beh, mi è caduta addosso, come una morte nera senz’occhi.
A quel punto, se anche le rocce si fossero alzate in volo, io non le avrei viste.
Ma sperare, ho sperato.


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mercoledì 27 luglio 2016


PUNTATA 8

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SETTE


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E quale colpa ne avevano i miei figli?
Non dico che non mi sia scappato un ceffone o due quando facevano troppi capricci, o se ero in sindrome premestruale, ma ucciderli no, non ho mai pensato di poterlo fare, per quanto nervoso potessero tirarmi fuori, non era come la rabbia che mi aveva scatenato lui.

Tutte quelle donne che se la prendono coi figli, mah, ho la sensazione che semplicemente all’ultimo sbaglino bersaglio.
Quando dicono a se stesse “io devo, devo uscire da questo”, o quello che dicono a se stesse prima di ammazzare un figlio, non stanno cercando il vero colpevole, stanno solo fuggendo.
Perché un colpevole c’è, è quello lì che ti ha messa incinta e poi ha creduto che tutto potesse filare liscio come prima.

Non lui in particolare, non quell’uomo, forse un altro, forse tutti loro. Non hanno capito, non hanno digerito. Che noi non siamo quelle di una volta, non ci puoi un bel giorno svuotare la testa e metterci dentro i figli. C’è spazio appena per noi. Non ci puoi annientare in un giorno.
Com’è che la raccontano in giro? Il giorno del parto muore una donna e nasce una mamma... Una cosa del genere.
Roba da matti. Esecuzione in ostetricia.

Guardaci per strada, guarda se non siamo le più belle creature in circolazione, guarda se non camminiamo sempre con il mondo in testa. Noi andiamo come salendo una scala, come soffiando vento.
Tu metti un uomo di fronte a una donna. Vedrai nel volto di lui, sulla sua fronte, finire il mondo, fermarsi su quella barriera. Ma negli occhi di lei quello stesso mondo lo vedrai prendere vita, sollevarsi e respirare, vedrai sul suo profilo volare le idee e correre la vita.

Lui si innamora, certo che si innamora, guardati, ti vuole come solo un uomo può volere. E a te questo piace, guardi il suo pomo d’Adamo muoversi mentre parla, ami la voce calma, osservi il suo avambraccio uscire dalla camicia, sembra forte, sembra che possa tutto con quel solo avambraccio, prenderti, sollevarti, trattenerti. È quello che fa, e non sai cosa ci sia in quella stretta che ti toglie il respiro, una specie di droga.
Ah gli uomini sono fantastici, sono come le bestie.
Li amiamo per questo.
Ti piace come ti guarda, ti sembra che ti metta incinta guardandoti.
Ed è meraviglioso, perché a volte è esattamente così che accade. È l’amore. I figli si fanno così.

Eccoli lì. Altri esseri umani, abbiamo fatto solo questo, abbiamo fatto l’amore.
Eppure arrivi in sala parto e sono già tutti pronti a fucilarti, a strappare un pezzo della donna che muore, tutti a guardare quanto ci metterai a estinguerti, e a te non resta che prenderti il tempo che ti va, tempo che, ancora non lo sai, passerai a prendere le misure della tana che stavate costruendo per te.
Era una fossa.

Un colpevole c’è, è tuo marito, è il maestro di scuola, è l’infermiera, è chiunque non ti difenda da questo.
Allora è con lui che bisogna prendersela. Lui che ha reso quella stretta d’amore la serratura di una gabbia, senza allenare il muscolo a trattenerti per il senso di un possesso del cuore, ma trasformandolo in una fissità da statua, per un semplice possesso del corpo.
Un corpo che adesso ha nome "famiglia".


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mercoledì 20 luglio 2016


PUNTATA 7


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SEI



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Ho scoperto di amare il silenzio quando hanno cominciato a parlarmi tutti insieme.
L’unico modo per sopportare il casino, per me, era ubriacarmi.
Così ho cominciato a bere, tutte le sere una birra, due birre, mezza bottiglia di Grignolino, e poi ho cominciato a farlo un po’ prima di sera, i pomeriggi, soprattutto d’inverno, quando il buio arriva alle cinque.
Non ero mai ubriaca fradicia, solo più calma. 

Riuscivo a sentire di nuovo la musica, una musica dentro di me, a volte era una banda di paese, altre volte il country americano, più spesso era una lenta e malinconica ballata folk.
Concerti interi dentro me, mentre fuori infuriavano figli e mariti che non trovavano cose, che avevano fame, che avevano problemi, che desideravano oggetti da acquistare, piangevano, brontolavano, litigavano, mi davano della matta.

Chissà, matta lo stavo diventando per davvero, forse. Di sicuro molti ora lo pensano.
Ma esiste un diritto domestico, come una carta dei diritti tracciata solo nella nostra mente, e andrebbe scritta nero su bianco, per fare veramente luce su vicende come la mia. Andrebbe fatto, prima che tutto sbrachi.
Perché io non sono l’unica, né la prima, a non aver resistito.

Io non sono strana, né matta. Non sono mai stata estrema, non sono appartenuta a una qualche categoria di madri o di mogli, non sono stata tra le madri perfette, le cosiddette naziste, che proibiscono cartoni e caramelle, sono solo stata una madre buona, non brava.
Non ero di quelle che “non si sgarra”, che fanno dormire da soli i bambini piccoli, che quando è no è no. Ero più “forse”, “domani”, “vediamo”.
E di certo non ero ossessiva, magari un poco isterica, ma chi non lo è un po’, via.
Non facevo parte di nessuna setta, di quelle che non prendono medicine, non mangiano polli, non parlano forte. Non abbracciavo alberi, non facevo saluti al sole.
Io ero un tipo medio, una conformista, istruzione decente, qualche lavoro persino gratificante nel mio passato, avevo amici, avevo la patente, prendevo gli aerei, ho fatto analisi, ho ballato ai concerti.
Ascolto musica, leggo libri, una volta andavo anche nei musei.
Qualche volta il parrucchiere, il caffè con le amiche, la dieta a maggio, prima di andare al mare.
La tipica persona di cui i vicini si fidano.
Nulla faceva di me un personaggio imprevedibile, qualcuno da cui aspettarsi il grande botto.

Scommetto che adesso vi aspettate che vi dica che li ho fatti fuori tutti.
Perché mai avrei dovuto prendermela con loro?
No, non tutti, soltanto lui.


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mercoledì 13 luglio 2016


PUNTATA 6


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CINQUE



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Qualche padre, ai giardini, qualche padre disoccupato forse, si mescolava come una feluca in mezzo alla flotta di madri.
Beh, a loro non importava molto parlare di parto e allattamento, difficilmente avevano il mal di schiena, quel mal di schiena, non sputavano fuori sentenze su  come fare coi figli. Avere a che fare con loro era molto più piacevole che avere a che fare con le madri e le nonne.

Per me è sempre stato così, ho sempre trovato più piacevoli gli uomini, più divertenti e rilassanti. Hanno una libertà in corpo, un’anima ruvida e refrattaria, che li difende dal diventare scarafaggi. Loro ingrassano, perdono i capelli, diventano più placidi, non scarafaggi.
Io non odio gli uomini perché ho odiato vivere con uno di loro, io li invidio da lontano.
Per la loro libertà.
Ciò che loro possono, e noi no.

A cominciare dall’avere una band al liceo. Non che nessuno me l’abbia impedito. Eppure è lui quello che l’ha avuta, mica tu.
In fondo lui può anche prendere e andarsene un giorno, fare la valigia e sparire da casa.
Lui è quello che lavora, tu hai avuto figli.
Per carità, se lo tenga stretto il suo lavoro da schiavo. È quella schiavitù che lo appanna, che lo affumica, che lo esclude per sempre dalla grazia divina che è toccata a te.

E tu, che tu abbia un lavoro oppure no, tu hai avuto figli, a te il parto, a te l’amore, e tutto il pacchetto della grazia divina.
E allora perché tenerseli accanto questi scimmioni che hanno chiuso il loro arco di significato il giorno che ci hanno ingravidate? Per il loro stipendio?
Si fotta lo stipendio e tutta quanta la banca.

Siamo ancora lì, diciamo la verità, è la questione del lavoro. La madre che lavora, la madre che non lavora.
Due schiave maledette, due dannate, una dallinferno delle corse tra ufficio e casa, una cosa impietosa, imbevuta di senso di colpa e fitte da separazione, una vita sui tram, lenti e in ritardo, che dovrebbero portarla a casa. E l’altra, la casalinga, dannata dal lavoro del marito... La sua incapacità di produrre reddito le è imputata come capo d’accusa, la sera, quando è stanca, una sentenza di colpevolezza lì tra gli oggetti di casa, dove tutto si disfa quotidianamente, e la condanna è solitudine, esclusione, una vita ai giardini.
Dio le scampi da queste due vite.


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mercoledì 6 luglio 2016


PUNTATA 5


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C’erano in circolazione mamme di ogni tipo, quelle che la cioccolata guai, quelle che ne avevano tre e ne volevano quattro, quelle che tv tutto il giorno e quelle senza la tv, quelle non correre che cadi, che le vedevi balzare sulla panchina, quelle che ai giardini infilavano gli occhiali scuri e si mettevano a leggere. Quelle di quarant’anni, quelle che lascialo piangere, quelle al telefono con mamma, e quelle che stavano allattando figli di due anni, quelle che sembravano gazzelle, e quelle che non ce la facevano, col mal di schiena che gli si piantava in mezzo agli occhi, tra le ciglia, con una ruga profonda.

Solo oggi ho capito che tutte quelle cose che queste mamme dicevano non valevano niente, che cosa fosse meglio mangiare, quanti cartoni al giorno, se dovessero dormire da soli o con i genitori.
Tutte stronzate, una peggio dell’altra.

Ognuna di loro stava solo cercando di alleviare i propri dolori. L’aver partorito, che hanno un bel dire che si dimentica, ma non è così, lo si ricorda tutta la vita, tant’è che appena possiamo tutte giù col racconto del nostro parto. Chi in piedi, chi seduta, chi in acqua, in taxi...
L’aver allattato, tenuto in braccio, consolato. Questa sofferenza andava condivisa, alleviata, scaricata sulla coscienza delle altre, lì ai giardini.
Chissà perché le donne si odiano a tal punto.

C’erano anche nonne, ai giardini, rapaci pronti a tutto in un mondo nemico.
Per loro i bambini, ancora neonati, prendevano i “vizietti”, erano buoni e cattivi, e comunque sarebbero stati per sempre di vetro. Li vedevi arrivare nei passeggini, nelle carrozzine, negli ovetti, e lì sarebbero restati.
Anche le nonne in fondo facevano quello che potevano, ma con più protervia. Anche loro avevano idee, c’erano quelle rigide, niente rutti a tavola, e si mangia tutto, e quelle morbide, se non vuoi la carne ti dò il panettone, purché mangi. 
Per lo più pensavano a nutrire, non sapevano né giocare né insegnare, erano più stressate delle loro figlie.
Nulla di quelle antiche nonne che raccontavano fiabe russe, e facevano vecchi giochi con le mani. Del resto queste qui non erano che le figlie delle nostre nonne, erano le nuove nonne come noi eravamo le nuove mamme.

E anche in loro quel dolore taciturno, vietato più d’ogni altro, si sfogava in qualche racconto violento, qualcosa del passato, una conoscente col figlio morto chissà come, un ricordo truce di fame e botte, scaricare un’angoscia atavica sulla prima passante sotto mano.

Perché?
Mi sono fatta l’idea che sia perché il mondo sa che il dolore di ciascuno è unico, e non fa che cercare di rispettarlo, alleviarlo, curarlo, ma non ammette che lo sia quello delle madri.
No, quello è un dolore soltanto, uniforme, per il mondo, un solo grande pentolone di sofferenza dalla faccia gentile, nulla su cui ci sia molto da scoprire.

E così, quel che noi sappiamo, da madri, quel che conosciamo nei nostri incubi, quel che ancora tratteniamo nelle notti dei nostri parti, è solo nostro, e fuoriesce come una lava appiccicosa dalla nostra bocca, senza che lo vogliamo.
Il mondo continua ad amare, venerare, le madri coraggio. È il solo modo per non vedere il vero dolore di essere madre.


...CONTINUA




mercoledì 29 giugno 2016


PUNTATA 4


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TRE



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Ah se potessimo spiegare ai nostri figli perché sbagliamo. Se potessimo scrivergli una lettera ed essere capiti, magari perdonati.
Ma non servirebbe a niente. Il danno è fatto, qualsiasi spiegazione non li ripagherà di quellurlata di troppo, di quello sguardo di quando non possiamo più sopportare la loro vista, che ce li tolgano di davanti.

Che poi le cose non stanno veramente così, noi li vorremmo sempre con noi, solo non con i loro capricci, i loro pasticci.
Vorremmo che facessero quello che gli comandiamo. E ne ho visti di bambini che lo facevano, ne ho visti di soldatini, lo giuro. “Mettiti le scarpe” e mettevano le scarpe, “Vieni andiamo” e questi andavano.
I miei no, sarà colpa mia. Un po’ di più il primo, ma la seconda non se ne parlava.
È sempre stata una guerra con lei.

Se avessi potuto, allora, quando erano piccoli, spiegarle i miei errori, come potrei fare adesso, con parole da adulto, quelle parole che spiegano e non risarciscono.
Allora non poteva capirmi, adesso invece sì, potrebbe...
Ma adesso sarebbe inutile, gli errori ormai sono stati commessi, irreparabilmente.

Chissà quante cose sono scappate di mano, un’ora di nascondino negata, una sciocchezza sfuggita di bocca, un senso di colpa messo lì a tavola, per cena, un po’ di inadeguatezza a colazione, insicurezze per merenda.
Cose che li consumeranno, in un modo o nell’altro li uccideranno.
Per fortuna, perdonare, loro perdonano.

Lui non sembrava avere di questi problemi, lui eseguiva, per lo più alla cazzo di cane. Non credo si facesse domande, non credo cercasse di parlare con loro, di capirli o di farsi capire.
Non parlava con me, non parlava con loro, con chi parlava?
Con le altre madri? Con gli altri padri? Ma soprattutto, di che cosa parlava?
Di calcio forse, e di soldi. Ogni uomo vorrebbe farne a palate, e vive in attesa di quel giorno. Allora quando avrà accumulato una fortuna, forse, riuscirà a occuparsi di essere felice.

Certe volte, persino verso la fine, mi capitava ancora di pensare che fosse qualcosa in più di un bisonte scemo, all’improvviso vedevo la luce che lo aveva attraversato quando me n’ero innamorata.
Era inspiegabile quella luce, era qualcosa che non avrei saputo dire da dove venisse, né allora né lì sul finire, agli sgoccioli della nostra vita insieme.

Fu in uno di questi momenti che qualcosa finì con lo spezzarsi per sempre. Erano giorni buoni, un livello dignitoso di tolleranza. Qualche scricchiolio trattenuto, il solito lasciar correre, lasciar passare, per andare a intasare giù in fondo la strettoia dei regolamenti di conti.
Mi ero spinta a un sorriso, una sera, comparendo dietro al bagliore blu del suo computer, una mano sfiorata. Forse un... “ti amo” poteva essere sul punto di essere pronunciato.
Il suo volto azzurro non si mobilitò che per inseguire un pugno di pixel in movimento, l’occhio fisso in profondità sullo schermo.

In quell’istante, credo, mi si è disvelata la natura di quella luce, il chiarore che l’aveva illuminato in passato, anche quando lo avevo amato: era il riflesso di me.

Era quello il nostro sistema solare, in cui una sola luce animava il contorno di entrambi.
Era così che nel mio pensiero quello che credevo essere il numero due si era trasformato.
Si chiama sistema binario, ma si conta fino a uno. 
Scoprivo che quei due numeri, quei bastoni di binario, portavano a una semplice classificazione gerarchica: il distintivo di vice capo, quello di un numero due, se l’era guadagnato lui.


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mercoledì 22 giugno 2016


PUNTATA 3


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DUE


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A volte mi domando se quello scarafaggio nello specchio sono io.
Non mi sono svegliata così dalla sera alla mattina. Il mio caso è diverso.
Io m’accorgevo benissimo di cosa stava capitando. Mentre cantavo l’ennesima ninna nanna, mentre scivolavo via quatta quatta dalla stanza, mentre ascoltavo il nostro silenzio nella sera.

Allora lì, abbattuta sul divano, con il ricordo di me negli occhi, e di ciò che avrei dovuto essere secondo lo specchio di allora, ritornavo a pensare agli amici, alle nostre vacanze, ai miei amori, alla mia primavera.
E sentivo rumori di fondo, voci, persino musiche.
Allora mi accorgevo che quel silenzio era lui.

Il giorno dopo andavo a prendere i bambini a scuola, e guardavo intorno a me le mamme, che si accalcavano e parlavano tra loro, le vere mamme. E mi sembrava di non aver nessuno con cui parlare, nessuna di quelle signore, di quelle donne, poteva minimamente immaginare ciò che prima ero stata.
Due parole le scambiavo anche io, un sorriso, qualche volta sono anche stata a casa loro.

Ma non ho mai pensato che dentro le loro case, la sera, si ascoltasse questo silenzio che ancora non si è spento, quello in cui io cominciavo a rimpiangere, ad andare all’indietro nel tempo, a concepire accuse e processi.
È stato in quelle sere che, gradualmente, lentamente, sono diventata scarafaggio, mi sono incurvata.

Certo, invecchiare bisogna invecchiare, e chi dice niente. Ma io mi stavo trasformando in qualcos’altro, forse in una di quelle mamme. Forse nella loro imitazione.
Devo dire che è stato impossibile, anche dopo aver dato la giravolta al tavolo, tornare indietro da quella metamorfosi nello specchio, è stato impossibile mettere fine a quel silenzio.

Sì, certe sere di solitudine tocca ammetterlo, non è stata una ventata d’allegria quella che è venuta dopo la mia decisione.


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mercoledì 15 giugno 2016


PUNTATA 2



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TRE



È pazzesco, passi una vita a tenere insieme le cose per non deludere i bambini, e poi gli spezzi il cuore così... Eh no, vista così certo che non ha senso.
Guardaci oggi, separati da abissi, la madre, il padre, i figli, ciascuno solo dentro a un suo destino misterioso.

Morire, bisogna morire.
Ma chi l’ha detto che una donna deve morire così, stritolata? Soccombere schiacciata sotto il peso di tutta la maledetta storia?
Perché ogni mattino che Iddio ha mandato su questa terra io ho dovuto svegliare, tirare giù, nutrire, pisciare, lavare e incartare due figli, per anni, preparandoli bene affinché potessero affrontare la giornata a testa alta, mentre lui, un uomo come tanti, ciondolava dal cesso alla cucina scorreggiando e grattandosi le palle in cerca della voglia di vivere?

Uscendo di casa non si sono congelati il culo, questo perché io ho pensato a vestirli, e io gli ho insegnato a farlo da soli, e non hanno azzannato la merenda al vicino di banco, perché io li ho nutriti. Hanno conservato la dignità dentro un paio di mutande asciutte, non sono finiti sotto al tram, non sono arrivati tardi a scuola, sono diventati grandi e forti, perché io, soltanto io, ho diretto questa loro vita, ho permesso loro di farlo, sopravvivendo e imparando.
E questo si può farlo solo se c’è qualcuno che pensa costantemente a loro, fuori e dentro casa, giorno e notte, lontani o vicini.

E lui? Lui dov’era? Forse non era lì accanto? Oh, c’era eccome, era lì e osservava tutto, muovendosi goffamente come una scimmia che cerca di imitarti, eseguendo ordini.
Ha fatto qualcosa anche lui, certo, deve averli portati a scuola qualche volta, deve averli soccorsi dopo una caduta, e se è per questo ha cambiato pannolini e preparato pappette, ha lavato denti e comprato figurine.
Era come eterodiretto. Me lo ricordo, mi guardava imbambolato, con la paura di sbagliare forse.
Ma non era questo, non era la quantità di cose da fare, o la velocità e la precisione con cui dovevano essere fatte. Era quel suo guardare attonito, quel suo rispondere “non so”, col mento contratto e la bocca all’insù, come se tutto questo non lo riguardasse.

Pare che i padri di oggi non sappiano sgridare.
In compenso ci sono mamme che si spappolano la dentiera a forza di digrignare denti, che vanno masticando e scaracchiando boli di fiele, che bestemmiano per una briciola sul divano.

Ricordo di avere pensato: basterò io.
Ho parlato da sola tanto a lungo, ma tanto a lungo.
Chissà perché non si era accorto di quanto bestemmiassi io. Non è che accada per caso, poi, che uno perda la tramontana. Non si può cadere dalle nuvole.
È  molto triste, lo so, che due che si divertivano insieme la sera finiscano così come siamo finiti noi.
Ma sgridare, bisogna sgridare.

...CONTINUA