Visualizzazione post con etichetta LE VOCINE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta LE VOCINE. Mostra tutti i post

martedì 14 aprile 2020

INCONTRO COL VUOTO

 



Da quando tutto questo è cominciato, ho fatto molte cose, e molte cose ho smesso di farle. Entrambe le azioni le desideravo da tempo.

Poco fa sono andata sul balcone e ho guardato la mia città, il pensiero immediato è stato che non abbiamo più una città. In realtà dall’alto della mia mansarda vedo solo tetti, cupole e campanili, salvo uno spicchio di piazza Castello, cose belle insomma. Sono fortunata.
Devo dire che, disabitate e inerti, sembrano meno belle. Per me non c’è niente di vero nell’idea che l’uomo imbruttisca il pianeta, al contrario. Senza uno spettatore attivo e cosciente vorrei sapere che cos’è la bellezza.

Il disabitato mi provoca una riflessione che non ho voglia di fare, è il vuoto che mi vuole ferma a guardar dentro la sua bocca. Ma non ti ci puoi buttare dentro... Un desiderio lontano sussurra “Magari!” E invece, mamma, devi ancora insegnare a vivere, proprio tu, che hai lasciato l’insegnamento perché non ti sentivi capace di insegnare un bel niente, di dire “sì”, “no”, “è così”, “è cosà”.

E poi mi è venuta in mente una cosa che una volta un saggio mi chiese: “Se tu perdessi tutte le tue funzioni, resterebbe qualcosa di te?” E così avevo intrapreso un cammino che mi portava quasi sempre allo stesso dibattimento, capii che sarebbe stata molto dura andare a vedere che cosa di me sarebbe rimasto al di sotto delle mie funzioni.

Eppure, a pensare che sì, che rimarrebbe qualcosa di me, mi prende un imprevisto sconforto… Non basta dunque gettare via tutto quello che sei per sbarazzarti di te?

Anche adesso, se ci penso, mentre guardo la città inerte, intuisco che è rimasto qualcosa di noi: è rimasto tutto, ahimè.
Questa di non poterci esaurire nelle nostre funzioni, di essere qualcos’altro, qualcosa di inestinguibile, è una tragica responsabilità.
Se fosse un maledetto specchio in cui osservarsi in eterno? Forse temo che quel qualcosa sia l’inferno.

Io sono una privilegiata, posso permettermi questa quarantena. Ho una bella casa grande e luminosa. Ho un compagno gentile, che mai una volta mi ha sganciato addosso le sue frustrazioni, non in questi giorni, non in questi anni. Ho una figlia che spande meraviglia e che è grandicella abbastanza da non dover essere intrattenuta con giochi a me alieni. Ho un conto in banca che può ancora sostenermi. Non ingrasso troppo (non troppo eh?) pur mangiando incredibili dosi di incredibili grassi e zuccheri. Ho amici, un cane tipo soprammobile, e tecnologia in esubero. Ho libri, ho film, ho interessi, ho serenità e allegria. Ho anche il pensiero, con cui torturarmi se casomai dovessi annoiarmi. Ho tigna per i giorni tignosi e dialettica per esprimerla. Non mi manca nulla… beh, mi mancano gli amici, ma così sia.

Non mi interessa più dei morti, della scuola, dei soldi che mi devono, dei lavori saltati, del cielo. E mi sembra impossibile che per me sia stato tanto importante far bene un lavoro, insegnare qualcosa di utile a mia figlia, scrivere, leggere, arrabbiarmi per qualche sciocchezza, gettare qualche seme nel mondo, lavare il pavimento.

Il duello che credevo si giocasse era l’incontro col vuoto dentro, un vecchio nemico. Era già lì, è stato lì sempre, fin dall’adolescenza, in certe lettere alle amiche, piene dello sgomento di guardarci dentro…
E invece, io non mi spiego ancora come, non c’era nessun vuoto dentro, io sto bene qui chiusa al sicuro con me stessa: forse questo nulla, questo tempo di cristallo e questa inerzia sono per me il guscio perfetto, la barriera contro tutte le responsabilità, la tana in cui poter restare nascosta e difesa.

In me convivono due vulgate di me: in quella più nobile si dice che avevo ben arredato la mia anima, e che il silenzio mi ha colta preparata, tutto ciò di cui ho bisogno è qui. Nella vulgata più misera, beh, io ho paura di tornare allo scoperto.
Quello che so è che ciò che davvero mi portava via, che davvero mi faceva uscire pazza, ciò che nel profondo mi minacciava giorno e notte e mi scavava ulcere nel cervello, era vedere il tempo al galoppo, assistere e anzi partecipare al furoreggiare di attività in cui non credevo, senza capire mai dove cazzo tutti corressimo. Questo mi stremava, mi devastava.
Ma allora il vuoto che ho sempre avuto dentro era fuori. Erano gli altri, erano le cose, era il movimento di pianeti lungo orbite a me incomprensibili!

Guardo dalla finestra, fuori e dentro sono finalmente uguali.
Nel frattempo, col passare delle settimane, si alternano sopra la mia testa varie fasi di scontento, come correnti fredde. I miei timori e i discorsi del cervello girano sui problemi economici, sulla coesione sociale, sulla resistenza dello Stato… sono pensieri e discorsi cha stanno come totem.
Il totem di cui più si parla negli ultimi giorni è la “strategia”. E di nuovo lo sento come un ingombro, dura un attimo, domani ne inventeremo un altro. Sento che ci focalizziamo continuamente sui nostri totem, che rivestono ogni importanza per pochi giorni, ma di cui a me forse non frega nulla da sempre.

Rivolgo lo sguardo al mio cupio dissolvi, ben sapendo che è un modo meraviglioso per dire che me infischio.
Mi dispiace, non riesco a desiderare nuovi totem, in tutto simili a quelli vecchi, non riesco a desiderare che la vita torni quella di prima, che il mondo torni a mettermi le mani addosso per strattonarmi in ogni direzione dilaniandomi e oscurandomi la vista.

Se mi lasciassi andare a una protesta, tremo allidea che essa venga digerita dal desiderio naturale di tornare indietro. Io non voglio.
Non voglio che torni il mio lavoro malpagato e frustrante, non voglio che tornino gli orari e la stanchezza come un macigno, non voglio che torni la scuola, da smontare quotidianamente, non voglio tornare a saltare il pranzo, non voglio che tornino le cene di corsa e urlate, non voglio che torni lo smog, non voglio che tornino le maschere.
Per quanto ne so io, meglio le mascherine.

Non voglio che tornino queste cose perché sono queste il mio vuoto alla bocca dello stomaco, la mia noia lancinante, sono queste lo specchio infernale in cui guardarsi per sempre, sono esse il nulla e non il contrario.

Perché nella giostra dei totem, avete abbandonato quello della “grande possibilità”?

venerdì 20 marzo 2020

LA LIBERTÀ DEL CANE




Mi capita di avere una gran voglia di andare a trovare il mio amico, fare quei due isolati e mezzo e salire su da lui. Ho voglia di fare cose insieme, e di rifare la vecchia vita, anche se non era rose e fiori.
Mi sento come Samvise Gangee e Pipino e quelli lì, quando ripensano alla Contea. Ma la mia vita non era la Contea, per nulla. Intanto c’era pochissimo verde, quasi niente, e certo non ci veniva a trovare uno come Gandalf.

Non c’era neanche tanto l’avventura, né la strenua lotta contro il male a dare un senso a tutto. Eppure oggi non posso correre per quei due isolati e mezzo. Perché?
Paranoia? Senso civico? Esercito? Salute pubblica? Paura?
Perché questa nuova realtà ci sembra una deformazione dell’unica possibile realtà, la nostra vecchia realtà?
E perché ancora ci inganniamo durante il giorno, fingendo che sia tutto sotto controllo (se farò così, andrà così e così) e la notte ci svegliamo in un mondo incommensurabilmente sconosciuto? Gli assalti dell’angoscia, il boccone preparato di giorno che di notte fa assimilare tutto di colpo e a forza. Tutto. Tutto lo strano, tutto il pericolo, tutta la nostalgia, tutta la paura. Tutta la distanza tra la Contea e Mordor.

Si piange. Si piange al pensiero delle bare sui camion. Si piange al pensiero dell’esercito.
Oggi ho portato mia figlia da suo padre, abbiamo camminato fino a casa sua. Da oggi e per una settimana starà con lui.
È che i bambini chiedono attenzione, per quanto youtube tu possa fargli vedere, dovrai sempre cucinargli due-tre pasti e fare le altre cosette… È che i bambini normalizzano.

Poi al tg Mentana ha detto che si parla concretamente di inasprire le misure, di esercito. Non è che sia facile per noi separati. Anche se si è detto fin da subito che non si poteva toccare quel diritto, beh, i soldati non sono lì per ragionare insieme. Ti vengono su paure nuove.

A me suonano mitomani i toni da tregenda, da diario di guerra, con cui ciascuno narra la propria quotidianità modificata, il patetismo con cui si cerca di raccontarla, eppure lo capisco, perché lo so che siamo pieni di voglia di avventura, lo so che il cuore vede, sente e pensa da sé, perché lo vedo quel sole sprecato lì sulle strade, perché lo so che siamo tutti dei fingitori.

A me succede che quella quotidianità di prima non mi manchi poi particolarmente, mi mancano alcune persone, pochissime in modo autentico. Mi manca l’allegria “illogica” di Gaber dietro la curva. Ma soprattutto mi manca il pilota automatico. Vorrei non essere svegliata ogni notte dallo stesso visitatore curioso, che viene a chiedermi “Allora, che cosa ne pensi? E dentro, che succede?”

Ho la nostalgia per lo stato di preoccupazione minore in cui vivevo prima. Non mi manca uscire per andare dal mio amico, mi manca che lui possa aprirmi la porta. E questa sconfitta la dobbiamo subire per forza.

Avete ragione tutti, e non credo che nessuno abbia mai davvero pensato che la colpa sia di chi corre al parco. Nessuno l’ha mai pensato, ma nessuno creda di sapere che cos'è la libertà, perché la libertà di correre è la libertà del cane.
La libertà di scegliere, invece...
Se ci sono colpe, sono precedenti, e di portata maggiore, ma lo stesso qui ciascuno deve fare la propria parte, e questa qui paradossale, di non farti domande, non interpretare, non staccare il tuo profilo da quello dello Stato, è comunque la parte che ti tocca.
Senza patriottismo, non saprei dove trovarne in me neppure se una nazione nemica ci invadesse con i carrarmati. Ma l’appartenenza, quella ce l’abbiamo tutti, ne è prova la passione per il calcio, per il mandarsi affanculo l’un l’altro. La polarizzazione politica è appartenenza, niente più. Allora, dove la metto adesso l'appartenenza? la consegno allo Stato o me la riprendo e la tengo per me?

Io ho paura della polizia, non voglio che comandi sotto casa mia. Ma so anche di avere introiettato molto presto, troppo presto, che libertà è responsabilità… Come faccio però a dire “Guarda che quella di andare a spasso non è libertà”… Come posso? Vorrei dire che la libertà è dentro, come facevo con mia figlia su per le scale del primo giorno di scuola elementare… Ma lei rispondeva “Mamma, non hai capito”, e ripeteva: “Non ho più la libertà”. Come se io davvero non avessi sentito. Come se non vedessi la sua Contea di primavera perenne.
È che a parlarne, poi ci si inciampa nelle molte braccia della libertà stessa.

Non è davvero il caso di cercare colpe e colpevoli, anche perché poi sei costretto, di notte, a veder sfumare questa nettezza, ti vedi lì a rimpiangere, a immedesimarti… quel treno l’avresti preso anche tu? Tremebondo e sudaticcio, ti senti così incapace di capire, di abbracciare una qualche visione.
Forse la mia idea di libertà è misera? Forse non è reale? Forse, se non potessi più raggiungere mia figlia, la mia idea di libertà si rivolterebbe da dentro a fuori come un guanto, e tra la mia e la libertà del cane non ci sarebbe più alcuna differenza.

Ma tutto questo orientare il discorso su libertà, democrazia, dittatura, stato di polizia, la mano nell’ombra… ok, fermiamoci. Tutto questo discorso, ancora una volta, dovrebbe passare per canali più sottili, e senza appartenenza, questa volta. Dovrebbe passare da una riflessione storica.

Io mi aggrappo solo a questa idea, che tra una dittatura e uno Stato che esercita misure estreme di coercizione temporaneamente ed eccezionalmente c’è di mezzo una Costituzione. Devo pensare che sia così fragile? Sì, forse, se essa è concepita fragilmente nel nostro pensiero.
Non dovremmo polarizzarci, dovremmo sorvegliare tutti insieme su questa democrazia. Anche perché nel conflitto tra Stato e individuo, l’individuo non può che uscirne malconcio…
Ma neanche di questo sono così sicura, e temo che ormai, mentre scrivo, il conflitto sia già deflagrato e che i soldati siano in marcia.

martedì 3 dicembre 2019

LE VOLTE CHE HO CREDUTO DI STARE PER MORIRE



Il giardino dei ciliegi di Strehler
E mentre computavo nel buio il contorno di uno dei due tizi col machete, e particolarmente il contorno del machete...
E mentre le mie orecchie ricevevano il grido di allarme proveniente dal mio compare, nella forma specifica: “Ha un coltello, scappa!”, che si riferiva però al primo tizio col machete, che fronteggiava lui, senza essersi avveduto del secondo tizio col machete che fronteggiava me…
...E mentre il mio cervello elaborava la doppia informazione del machete e del grido, traducendola in un impulso che suona più o meno: “Girati e corri, adesso!” che le gambe eseguivano solo in parte, perché erano metà gambe e metà paura, facendomi cadere a terra faccia in giù...
...E mentre il mio pensiero, nella resa della schiena al cielo, non andava al padre, vedovo di fresco che perdeva in pochi mesi la moglie e la figlia, e non andava alla creatura in grembo (anche perché in effetti non sapevo ancora di averla in grembo), bensì si rattrappiva, il pensiero, in un banale stupore, esprimibile più o meno nella domanda: “Succede così?”
…E mentre il corpo incredulo si volgeva al solo dilemma del corpo, riassumibile più o meno nell’espressione “Farà male?”

E mentre le stelle valutavano in apnea quel mio tempo...
...Un nugolo mai meglio identificato di donne latine (da me poi interiorizzato attraverso una figura retorica che lo ha trasformato in “le mamme”) uscivano dalle porte delle case di Camaguey, Cuba, urlanti indignazione all’indirizzo dei due tizi armati, ricacciandoli non so per quale portento nel mistero dei vicoli da cui erano emersi.

Ma a parte quella volta, e a parte quando un tizio alto e freddo, a parte quando Clint Eastwood è salito dal lato passeggero sulla mia macchina e mi ha detto: “Dille di scendere”, riferendosi a mia figlia, di allora 5 anni, che avevo appena legato sul suo seggiolino di dietro... congedandosi però, infine, anche lui rapidamente, assurdamente, e per ragioni imponderabili almeno quanto quelle della sua comparsa...


A parte quella volta, e a parte la volta che forse davvero sono stata a un soffio, quando un’enorme auto mi investiva caricandomi sul cofano, da cui con la testa sfondavo il parabrezza, ed erano i parenti più stretti, affacciandosi al balcone, a mettere a fuoco la visione di una specie di pupazzo esanime a bordo strada, senza scarpe e con la gente intorno, credendomi probabilmente spacciata (quella volta però non ebbi il tempo di pensarci)…

A parte poi, ovviamente, tutte quelle volte di categoria inferiore, del tipo “credevo di annegare” o “in macchina con un pazzo”.

E a parte tutte le volte che mi addormento con la paura di morire, o che mi ci sveglio, o che mi ci faccio un pomeriggio.

A parte queste cose, che vanno tutte bene per fare colpo alle cene, la volta più spaventosa che ho creduto di stare per morire è stata quando mi sono precipitata dal medico in lacrime, implorando: “Ho una figlia di 10 anni, è troppo presto!”


Mi spiego meglio. Da qualche tempo avevo una cosa, non so come devo chiamarla, una piccola pallina, indolore, sulla lingua. Ovviamente il fantasma di un tumore c’era già da settimane, a volte era un fantasma 'malattia più decesso', e altre volte quello 'malattia più guarigione'.


Ma il primo caso, sotto forma di fantasia, al massimo mi aveva spinta a elucubrare, esteticamente, che forse era venuta la mia ora, che forse c’era un motivo per cui era giusto che io me ne andassi prima del previsto, ad esempio che mia figlia potesse trovare se stessa in assenza di una mamma ingombrante, e che infatti per questo motivo, fatalmente, suo padre si stesse avvicinando a una donna splendida, perché fosse lei in futuro a farle da madre.

O forse il motivo era che così quel che scrivo sarebbe stato letto da più persone, avide di tragedia e dolore...

Altre volte il fantasma si presentava a me con un lieto fine: se mai fosse stato tumore, l’avrei combattuto e avrei vinto, sarei sopravvissuta, e questo mi stava accadendo come per una sorta di upgrade della mia anima. (E anche questo sarebbe andato bene per le cene).

Il fantasma era lì dicevo, e io avevo appuntamento dal medico qualche giorno dopo, un mercoledì.
Ma venne la notte, e con lei, più sottile, uno spettro che portava non proprio fantasia ma certezza, nella versione malattia più decesso.

Credevo che il risveglio e lo scorrere della giornata avrebbero sopito le paure che si gonfiano al buio, ma invece la mattinata era un salendo di palpitazioni sudaticce da ansia e umidori d’occhi che imbucavano in gola un terrore più che un timore, divorante, fino a una sentenza di morte, di una evidenza mai capita prima (salvo quando scesi in farmacia a comprare il  test di gravidanza ben sapendo, fulmineamente, di essere incinta, ma non era brutto).

Davanti alla scrivania della segretaria dalla mia dottoressa, senza appuntamento, dissi che non potevo aspettare. Ero ormai inconsolabile, il volto di una verità.

Ho una dottoressa dolce e simpatica, che mi ha presa sul serio, forse ero molto convincente, e mi ha visitata con attenzione. Alla fine, ha detto, non sto per morire.

Allora perché racconto questo episodio denunciandomi così squisitamente psicotica?
Credo che sia, intanto, per gigioneggiare, magari infilandoci qualcosa tipo un machete di Damocle”, che sarebbe effettivamente una battuta bruttissima.

Ma anche perché quello che ho vissuto in quelle ore, cioè l’incontro con la cosa, la cosa intendo, la cosa che puoi toccare, la cosa che comunque un giorno prima o poi arriverà e alla fine della mattinata sarà condanna e non assoluzione, beh, lo strizzabudella che ti fa la cosa, giustifica qualsiasi lamentela, violenza, mal di vivere, nevrosi o malessere che ci portiamo nello zainetto di sassi della quotidianità e che qua e là vomitiamo in modo deforme.
Qualsiasi mostro sia nato in noi, individui o umanità al completo, è giustificato dalla presenza della cosa sulla scena.

Ma soprattutto lo racconto perché è successa una cosa importante, ed è che solo lì, finalmente, ho riconosciuto quel suono, un suono imperscrutabile che cerco di capire da quando l'ho letto in Cechov molti anni fa, il suono di una corda di violino che si spezza in lontananza.

Ciao cosa, tra me e te hai vinto tu in partenza, grazie di essere restata alla larga fino ad oggi.


lunedì 14 ottobre 2019

LA COMPARSA


Un genitore, soprattutto uno che abbia avuto un solo figlio, soprattutto uno che abbia atteso la crescita del figlio con impazienza perché sapeva di non essere proprio un asso coi bebè, un genitore non può non accorgersi all’improvviso di quanto sia veloce l’infanzia. E che, niente da fare, poi è perduta.


Un genitore, una madre o un padre, persino uno che abbia soppesato e ripensato ogni passo, persino uno che nonostante questo sia caduto in ciascuno degli errori possibili, persino uno che il più delle volte sia restato tremebondo a guardare, non può non protendere il braccio per tentare ancora una volta di rimuovere il fantasma di un ostacolo, con la gestualità patetica e imprecisa di una comparsa.

Un genitore, che sia la madre perfetta o soltanto quella abbastanza buona, non può in nessun modo perdonarsi quel tempo che passa sul corpo del figlio. Anche uno che molti giorni della propria vita li abbia trascorsi pensando “domani” o “altrove”, non può non curvarsi sulle orme più piccole, non può non cercare nelle fibre di una figlia i segreti che l’attendono, non può non provare a fermarle nei giorni passati.

Un genitore non può non vedere il momento in cui sta accadendo che l’infanzia si perde, e quel che è andato è andato, e come la sua, la vita del figlio è già in corsa, si fa, si fa e non si disfa.

E così alla fine non potrà non accorgersi di quanto avere messo al mondo un bambino, una bambina, e aver vissuto insieme a lei la sua infanzia come se fosse una circostanza assoluta, sia stato solo un infimo passaggio, per quanto cruciale, della vita di quella bambina.


mercoledì 4 aprile 2018

IL GIAGUARO FA TIC TAC





Da un po’ di tempo, saranno 43 anni, non posso negare di sentirmi braccata da qualcosa.
Credo sia un giaguaro.
Tra i felini è il più grande, può fare 1,40 al garrese.
Il giaguaro è un predatore.

Prima era un cucciolo, un gattone un po’ feroce, che giocando magari ti stacca due falangi, cosa che ti permette di andare in giro raccontando peripezie da sopravvissuto.
Ma è cresciuto, negli ultimi dieci anni ha fatto una specie di upgrade che l’ha reso imbattibile, le sue fauci sempre pronte a ghermirmi la carotide.

Non so se potete capire.
Sei lì in macchina, sotto le tue ruote sempre quella linea immaginaria che parte da dove sei partito e punta dove punti, e arrivato lì, ne partirà un’altra e poi un’altra, fino cena, da preparare, di corsa. Sei nel bel mezzo di una sassaiola di cose “da fare” e non ancora fatte. Preso multa, rotto cavo pc, comprare mutande figlia, pagare condominio, fare revisione, telefonare, ordinare, cancellare, ricordare, consegnare, poco dormito, e chi dorme più? E la sveglia domani e... tac. Il giaguaro.
Che sarà mai, un po’ di stress. Caro giaguaro ti domerò, allo stress si può rimediare.

Sei lì che ti gratti le ginocchia, soddisfatto dell’ultimo lavoro, felice dello sguardo sereno di tua figlia stamattina, di come va l’amore, la casa quasi in ordine, progetti che si preparano.
Hai tempo per fare quella cosetta che ti riprometti sempre, ridipingere l’armadio in camera, leggere quel libro, portare il cane in collina, c’è anche il sole, andare a correre, andare a trovare la tua amica che ha avuto il bambino, fare lasagne da congelare per tutto l’inverno, così addio senso di colpa per quelle cene striminzite e insalubri, fare un sonnellino e tac.
Giaguaro.

Facile, è angoscia, l’abisso della scelta, stai per precipitare nel nulla di Heidegger.
Bene, non mi prendi, adesso scelgo e ti frego, mi butto sull’armadio. Anzi, anticipo la tua prossima mossa giaguaro, vado dritta al sodo: ciò che sto evitando, il romanzo che langue nel cassetto da anni, mi metto al sicuro dalla zampata del rimorso.
Eccoci, il testo scorre, nascono idee, mi accarezzo i personaggi, e le molte voci tacciono e tac. Il giaguaro alle calcagna.

E non viene mai di fronte. Magari! Cercherei una strategia, mimetizzazione, boccone avvelenato, addomesticamento.
Ma il giaguaro è imprendibile, invincibile, indomabile. Animale sdrucciolo.

Ti ho capito, ti ho già visto, sei il giaguaro inadeguatezza, sei qui a dirmi che la trama non fila... Ma al Premio Calvino dissero che ero brava!
Seee, lui mi risponde, e allora perché non hai vinto? Lo vedi anche tu che basta andare su fb per trovare gente molto più brillante di te, e anche più colta. E quel tuo blog?
Beffardo. Il blog ha i suoi affezionati gli rispondo. Ma lui ride, indifferente.
Oh giaguaro, lo so di cosa parli, e va bene, ho gli anticorpi, so che fare, umiltà e curvare le spalle, andare avanti, lavorare.
Non gli dò più retta e lui scompare, ho vinto io.

Ma ecco provenire da chissà dove suoni d’oltretomba, spezzati da paura e dolore, profondi come il bassotuba. Lo cerco, è lui sicuramente, ancora lui, che è andato a infilarsi in una tana segreta e buia, dalle dimensioni recondite, nella quale potrebbe scomparire tutto, la mia casa e tutto il quartiere, nella quale ci si può infilare inavvertitamente come in un tunnel.

Ti ascolto, là. Sentiamo come canta 'sto giaguaro, e senti senti fa tic tac, sotto tutto c’è un tic tac.
Sembra un rombo, un tuono, una cavalcata imbufalita contro te, ed è un tic tac...
Fa questo baccano tutto il tempo, più lo senti e più distingui, che sia lontano che sia vicino, che dormi o sei sveglia, che godi o rosichi, tic tac, tic tac. Costante, estenuante, ti porta ad un delirio di fragori, una tempesta di rimbombi.
Un giaguaro che ti segue e fa tic tac.

Giaguaro memento mori, perché no?
E va bene, anche su questo ho spalle larghe, so che fare, ho la mia filosofia, son testacchiona io, ma quando si tratta di vivere, allora vivere.
Mi fermo qui, non vado oltre, come fa lui, sempre un passo oltre. Io mi fermo, resto qui, non lo seguo su quegli orizzonti esagerati, resto qui e vivo. Niente rimpianti, è passata la stagione. Che ora è? È questo che conta, l’adesso, e adesso ho da fare.

Giaguaro ansia, giaguaro sindrome premestruale, giaguaro paura, giaguaro bilanci, giaguaro ora libera e non volerla sprecare, giaguaro maniaco depressivo, giaguaro fallimenti, giaguaro bruxismo, giaguaro bipolare, giaguaro sensi di colpa, giaguaro amore ostacolato, giaguaro menopausa prossima visitatrice, giaguaro disoccupazione, giaguaro piove da una settimana.
Tutti predatori degni... Ma non sono il giaguaro. Lui ti sconquassa le cervella, le viscere, fa venire le extrasistole, non è una scimmia, non è un grillo petulante, non è una mosca o una biscia, è un giaguaro inesorabile.

Il giaguaro sarà anche ciascuna di queste cose... sarà pure il dolore, il male in persona.
Ma il giaguaro non è qualcosa a cui si risponda con un namiohorengekio o ridipingendo l’armadio, cercando uno psichiatra, iscrivendosi in palestra.
E seppure ciascuna di queste cose ha denti e fa tic tac, no, non basta.

Il giaguaro è uno scherzo, è un doppio fondale, un prestigiatore venuto dal più fondo buco dello spazio siderale.
È il pezzo che ti sfugge, il frammento andato perso. Lui te lo riporta di continuo sotto gli occhi.
Non è opera sua l’allucinazione in cui viviamo, l’illusione di cui siamo fatti, la parvenza d’essere qualcosa che ci puoi toccare, ci puoi guardare, ci puoi afferrare.
Opera sua è la fitta che quello squarcio nella nebbia ci procura.

Abbiamo dentro noi ricordi, aneliti, spettri di paesaggi, città, spiagge, paradisi perduti in cui sogniamo di ritornare, un giorno. Forse non li abbiamo neppure mai visti questi luoghi di fantomatiche radici e buen retiro.
Magari ci compreremo persino un bel pezzo di terra, in questo tentativo di possederne la bellezza, la memoria, di visitarla ogni volta che ci va.
Abbiamo idee e convinzioni, abbiamo desideri, abbiamo sangue versato in fiumi di passione, abbiamo angeli cui ci siamo votati.
E desideriamo difendere tutto questo che consideriamo nostro in casseforti di cemento, all’ombra d’eterne fronde, in cima a vette celesti.
E a quel punto ci accorgiamo che c’è sempre lì in giardino un giaguaro in un cespuglio, sotto l’altare di una chiesa, macchie fiorite che si muovono selvagge tra le tende di una finestra, a renderci impossibile quel possesso.

Giaguaro nemico, sabotatore, predatore, io non ti voglio vincere, né fuggire, forse solo accarezzare una volta, chiederti pietà, selvaggio essere.
Ma tu, come tutto, non ti fai conoscere.



venerdì 23 febbraio 2018

EGO













Ego è un cane rabbioso. Non se tenuto bene al guinzaglio, liberato casomai solo in zona protetta e sotto stretta sorveglianza. Ego deve poter fare il suo sporco lavoro. Ego può diventare un simpatico animale da compagnia scodinzolante.
Io sono un tipo tutto d’un pezzo, e faccio del mio meglio per tenerlo a bada.

Ciao mi presento.
Eviterò di fare il mio bozzetto da tipo sbarazzino che ne combina di tutti i colori, che non sa che giorno sia, che rovescia il caffè, che non trova la macchina, che si è appoggiata con la giacca alla vernice fresca.
Non sono il tipo che ride per queste fesserie. Quando non trovo la macchina non rido, sudo. Quando rovescio il caffè arrossisco vistosamente.
Mi governa l’ansia, mi dici “salta” e io salto. E questo fa di me una persona molto seria. Sono di una serietà spaventosa.

Ma soprattutto, diciamolo, non so parlare di me senza parlare degli altri. Ad “altri” sono messa bene. Ne ho una collezione superlativa, da fare invidia a chiunque per qualità e quantità. Ci ho messo una vita a farmela. E loro mi apprezzano. Per intenderci, ecco una cosa che mi è stata detta di recente:
“La tua imitazione di Celentano dopo 10 anni è ancora la migliore in cui mi sia imbattuto”.
È magnifico lasciare il segno.

“Buongiorno, la chiamo per il suo manoscritto”. No questa non è vera. È Ego che mi rosicchia una caviglia.

Palestra? Alimentazione sana? Abbigliamento ricercato?
Sono trasandata come al liceo, quando abbinavo il blu e il marrone. Giro coi buchi sui gomiti, le scarpe infangate. Parrucchiere uno all’anno, e alla mia tavola è rarissimo vedere un frutto o una verdura. Vado a pizze e hamburger, patatine, formaggi, dolci tutto il giorno. A mangiar fuori si va al sushi all-you-can-eat, di quelli che non devi farti domande.

Molto corteggiata, tiè. Buono Ego! Dev’esserci un’app che si chiama Provaci-te. Inspiegabilmente o no, piovono uomini, torme di bei giovanotti e di omaccioni cresciuti si interessano a me con una certa intensità, e dove ti giri ti giri è tutta una galanteria.

È genetica, ce l’aveva mia madre e ce l’ho io, è un’altra cosa, io prometto felicità appena entro in una stanza.
Rilassatevi, Ego è seduto e scodinzola appena.

Mi finisce sempre un bicchiere tra le mani, quasi non me ne accorgo e mi esce un “perché no?". Dev’esserci un’app tra baristi. L’ultima volta, avevo fatto appena appena una punta di urlatina con mia figlia, il barista pietoso mi domanda sussurrando: “Ti faccio uno spritz?”

Io che leggere leggo, scrivere scrivo, cantare canticchio, ridere rido, piangere lo faccio, cinema quando si può. È più una grande storia d’amore col divano, quello che non si può fare su un buon divano bisogna pensarci bene se vada fatto.
Tendo a muovermi nel raggio di 400 metri, oltre è l’Estero.

Io io io. Mica mi nascondo, mi faccio questo giro con il mio cane al guinzaglio e vediamo come va a finire. Perché quando c’è Ego, corri corri, ci si ferma presto.
A dire il vero qui padrona è la fantasia. Perché io sono me, d’accordo, ma sono anche qualcun altro, è questo nome senza il quale io non sarei davvero io. La bambina sconosciuta che porto con me sempre e da sempre.
Siamo io e te, piccola Angelita di Anzio.

Ho poi questa figlia, fortunata me. Concepita a Cuba come una stella cadente destinata alle mie mani, improvvisa e dirompente come un pugnetto di polvere sui cui esplode un pianeta.
E qui Ego fa una capriola, si divincola, per un soffio non mi scappa e non mi azzanna la figlia alla giugulare.
Se lasci che sia il tuo cane a scegliere quello che ami e che non ami, ti ritrovi presto ad annusare ogni tipo di escremento per strada, ad azzuffarti con altri cani, a grattare forsennatamente pruriti irresistibili.

Eccomi qua, a cercare di bucare fondali e buttar per terra le quinte legnose di un palcoscenico, travestita da me mi godo da qui le avventure che mi aspettano. Ego, un istante fa così impetuoso, è sottile e docile, un fido bracco che fa il suo sporco lavoro, abbaiare, guaire, fare le feste. 

Io, io qui nella vasca da bagno, ben sapendo che da un momento all’altro potrebbe fare irruzione da quella porta tra gli accappatoi un uomo armato a ficcarmi un colpo in fronte, neanche il tempo di pensare, entrato non si sa come e perché, indagine che più non mi riguarderebbe e che sarebbe comunque storia d’altri. E puoi stare sicuro che Ego allora non servirebbe a nulla.
Io qui, sempre in compagnia di lei, o del suo cartonato, sorella morte, il tristo mietitore, la nera signora, sotto forma di sicario, di malattia covata subdolamente, o di tegola imprevista, no, non sono pronta né mai lo sarò, ché a me la vita sembra appena cominciata.

Io che ho tessuto di giorno questa me per disfarmi la sera.




mercoledì 24 gennaio 2018

LE LACRIME DEL MAGGIORDOMO





Ci sono persone che nascono maggiordomo, oppure ci diventano, per bisogno forse, o perché i loro padri e i padri dei loro padri erano maggiordomi.
Ci nascano o ci diventino, il fatto è che non sanno smettere.

Hanno il loro abito, la loro postura senza una piega, la loro faccia senza un lamento, va tutto benissimo anche quando dentro li divora la gastrite.
Vigilare sulla servitù, far aspettare in salotto, non importunare i padroni di casa, attendere alla custodia del tempio, è un lavoro di grande responsabilità, il destino a cui sono convinti di appartenere.
Non c’è nessuno che pensi a loro, ma è proprio questo il loro compito cosmico, il loro piccolo delirio di onnipotenza.

Passano gli anni e quell’abito diventa una pelle, e anche se li vedi una notte, senza livrea, seduti al bar con un boccale di birra, non puoi confonderti. Sembrano fatti per dire sissignore, pronti signore, no certo che non ho una vita mia, signore. La mia vita è la sua vita signore.
Come Lino Banfi in Vieni avanti cretino: “La sua soddisfazione è il nostro miglior premio.”

E se un giorno è la rivoluzione stessa a bussare alla loro porta, loro ci sognano sopra un pochetto, mentre servono il té, e dicono “interessante...” e intanto corrono a liberare un lavandino otturato, “davvero interessante, ma aspetti qui un momento per favore, la signora ha bisogno di me.”
Forse una lacrima, in segreto, si forma e si asciuga.

C’è un tarlo, forse, che li consuma, l’essersi fatti vivere la vita dagli altri. E allora qualche volta vanno a sbronzarsi e a giocare a freccette. Puoi trovarli al bancone del bar sullo sgabello accanto al tuo, con una bella sbornia triste.
So riconoscere un maggiordomo quando ne vedo uno, credetemi, ho fatto tre anni di scuola con uno di loro. Ma mai mi sarei aspettata che un maggiordomo avesse occhi tanto acquosi. Sembrava innamorato, credo fosse ubriaco di un qualche siero portentoso.

Ogni tanto qualcuno gli passava vicino dileggiandolo, “Ma lo sa la signora che bevi la birra?” Lui non li guardava neanche.
Sono incassatori formidabili i maggiordomi.
“Il padrone ti ha lasciato uscire?” 
“Voi non capite!” sbottava tra sé. E una freccetta da non so dove diretta a lui si conficcava sullo schienale del mio sgabello.
Il barista mi spiegò che quella domenica c'era il torneo, e quell’uomo era un campione nato. “Con lui si vince!”
Su in villa però domenica c’era troppo da fare, e lui al torneo non ci poteva andare.
“E senza, si perde,” aggiunse il barista ciancicando disprezzo.
“È il mio lavoro!” si difendeva lui.
“Un uomo come si deve onora gli impegni.” Fu un’altra freccia per il maggiordomo.

“La padrona...” bofonchiava in solitudine, “Che cosa direbbe lei se mi prendessi le domeniche libere? Proprio le domeniche? direbbe, Con tutto quello che c’è da fare, con i ricevimenti, i pranzi... Farebbe delle gran scenate.”
“Eppure credo sia suo diritto...” tentai.
Ma lui a stento capiva che cosa intendessi.
“E il padroncino poi? È solo un bambino, capirebbe lui?”
“Magari sarebbe fiero di un maggiordomo campione! E certamente prenderebbe a rispettarla...” buttai lì. Ma non capiva cosa volesse dire “rispettarla”, era sempre stato educato con lui, un buon padroncino tutto grazie e buonasera.

E poi c’era il padrone, con lui c’era un rapporto speciale, a lui doveva tutto, gli aveva insegnato ogni cosa che oggi sapeva.
“Il padrone non parla mai, ma si aspetta molto da me,” concluse.
E dietro le sue spalle qualcuno mimò un burattinaio.

Ingrigiscono così, possono avere trent’anni ma ne dimostrano sempre mille, possono avere una mira prodigiosa ma l’unico bersaglio che centrano sta nel loro petto, possono avere voce da baritono ma li sentirai sempre solo sibilare un sissignore.

Probabilmente non lo sanno mentre cercano scuse, ma è che non saprebbero fare a meno del loro abito, allora mettono la rivoluzione alla porta con le parole “Vi chiamo io...”

Può darsi che nei rari giorni di festa, in cui i padroni sono in viaggio, facciano baldoria in un pub, facciano a botte, ringhino contro il cameriere. Può darsi che siano altri a sopportare la bile delle loro rinunce, o che certi vecchi parenti li rimpiangano, può darsi che parlino con rancore ai propri amici, ma lassù in villa sarà sempre un sissignore.



domenica 17 settembre 2017

AL FUNERALE


Conosco bene i funerali, ci vado spesso, pare che si muore parecchio. E poi non ci vuole l’invito.
La lunga macchina col portellone aperto, la foto fuori, gli occhiali scuri, la gente che guarda. I baci.
“Stava ancora bene questa primavera.”
“La conoscevo da vent’anni.”
“Troppo giovane.”
“Ecco la mamma, è ancora viva...”
“Povero cagnolino, chi se ne occuperà adesso?”
E l’immancabile “Chi l’avrebbe detto”. Ha ragione questa gente, nessuno l’avrebbe detto.

I fiori, le pompe funebri in disparte, fumando sigarette. Il barbone, quello che sta davanti al Carrefour Express, ha lunghe lacrime. Lo avvicino, è tutto solo, guarda la scena da sotto la scalinata, gli dò la mano, è inconsolabile.

E poi nel quartiere, per la strada o al quinto piano si parla delle tragedie degli ultimi anni, infarti, malattie misteriose, tumori.
“A ottobre sono due anni.” Lo dice con un sorriso che non è accettazione, ha più a che fare con un conto aperto, una vendetta che aspetta.
“Che sta succedendo in questa via?”
“Ma in qualcosa bisogna credere.”
“E tua mamma?”
“Una vita dopo questa ci deve essere.”
“Mah, non conosco la vita senza corpo.”
“Saremo tutti nudi.”
“Buongiorno architetto.”
“Forse come spirito, senza individuo, senza io.”
“E quel neo te lo sei fatto vedere?”
“Ma non per tutti può essere lo stesso, chi ha fatto del male non può andare con gli altri.”
“E il perdono di Dio? La misericordia?”
“Misericordia sì, ma non per tutto.”

Anche il prete ha parlato di paradiso, ha messo la defunta in questo luogo dove tutti stanno benissimo e non vedono l’ora di arrivare. Sarà lì forse a dipingere diceva, con colori che ha avuto il candore di definire “bellissimi”. In paradiso, lieta, "lassù", indicando col dito.

A quale piano padre?

venerdì 1 settembre 2017

LIVORUZIONE!


Basta, siamo stanchi!
Stanchi morti. Il mio verduriere è stanco, la maestra è stanca, il postino, la vicina di sotto. Un sonno becco.
Io poi non ne parliamo.

Io passo ore a decidere di alzarmi dal divano, e solo per andare a letto.
Quando faccio uno sforzo, poi devo riposare per settimane.
Per motivarmi ad andare a correre ho anche inventato la corsa a scalare: inizi la prima volta correndo tre ore, poi ogni volta fai sempre un po’ meno, con la promessa che tra sei mesi potrai non mettere piede fuori di casa.

Non so cosa sia, qualcosa nell’aria, non ce la si fa, andare a fare la spesa, portare giù il cane, alzarsi la mattina, è tutto un portare il mondo sulle spalle.

Stanchi, siamo solo stanchissimi, stanchi come nonni, come bucce spremute, come Perceval a far la guardia al Graal per secoli.
Ecco, noi si fa la guardia, si resta lì immobili, e questo ci distrugge, assistere ci prosciuga.

Credo che la rivoluzione non la facciamo non perché manchino le idee o il coraggio. No, è solo un terribile sonno, un senso di abbuffata da smaltire.
La gente non ha la forza più nemmeno per bestemmiare, figuriamoci la rivoluzione.

Io propongo un gran riposo collettivo, un letargo a rotazione, a quartieri, un paio di mesi ciascuno di gran dormite, sbadigli e lamentele.
E per un po’ niente più tenere duro, stringere denti e chiappe, per un po’ niente strappi e sofferenze, solo morbidi giacigli, dormire come sassi, ché è lì che si sogna, senza tempo che fugge, allarmi e scadenze.
A turno, un po’ a ciascuno, intanto gli altri si occupano dell’essenziale, agricoltura, salute, bambini. Poi si fa a cambio.

Vedo una rivoluzione di bandiere bianche.
Un’alzata di mani, mani da cui cadano strumenti e scartoffie.
Una voltata di spalle.
Sentiremo improvvisa un’assenza dal coro di catene, un tacere che è un cessare, dismettere l’acquiescenza.
Come figli non voluti restituiremo rinuncia, avversione, disobbedienza.

E le bandiere si tingeranno d’amore.


lunedì 9 gennaio 2017

SE AVESSI TRENT’ANNI


Ah se avessi trent’anni!
Se avessi trent’anni mi sembrerebbero comunque tanti.
Dopo i sedici, mi sono sempre sembrati una montagna d’anni. Quindi anche se li avessi davvero, trent’anni, credo che farei bilanci storti.
Penso che se avessi trent’anni vedrei i miei quaranta non così lontani, li sentirei mordermi i lombi, e non per questo mi darei da fare, ma perderei tempo a pensarci su.

Temo che farei tutto uguale, anche perché, se avessi trent’anni, sarei quella che ero undici anni fa, e quindi sì, ovvio, farei tutto uguale.

Ma se mai fossero stati diversi, per un qualche battito d’ala di farfalla, se la mia famiglia fosse stata una di quelle che restano intatte, con dei nonni al mare coi nipoti, i soldi da mettere da parte per la nuova macchina, i figli a cui prospettare un domani, se avessi trovato il modo di avverare i sogni, se avessi pubblicato almeno un libro, beh, penso che vederlo lì appoggiato su un comodino, con la sua copertina, il suo codice isbn, credo che davvero non ci sarebbe stato nulla di diverso.
Credo che quel libro osserverebbe dal suo posto le stesse identiche scene, guarderebbe la mano che muore negli anni nella mano di chi la tiene, credo che le sere stanche, le mattine forsennate, le domeniche lente, tutto sarebbe lo stesso.

Perché alla fine la mia vita sono io, la mia compagna sono io, io sono mia madre e mia figlia, e quest’anima stessa che riconosco, a quarantuno, come un animale riconosce la tana.

Perciò se avessi trent’anni, con il viso e la pelle di prima, e la quantità di scorte ovariche di una trentenne, io credo che saprei come so adesso chi sono.


lunedì 14 novembre 2016

DOMENICA


Oggi mi ha telefonato uno, non so se da qui o dall’aldilà, e mi ha detto di coso, com’è che si chiamava?
Due settimane fa. Già bello che sepolto.

I miei amici morti erano tutti un po’ drogati, un po’ alcolisti, un po’ della gentaglia. Sono tutti morti da soli, chi giù dalla finestra, chi accartocciato in fondo al letto, chi ammalato. Tutti colpevoli, tutti stronzissimi, non un avvertimento, un cenno.
Allora io penso che se me ne sto riparato, a me non succede.

Facciamo ordine, c’è un posto per tutto, un cassetto per le brutte notizie, che non è raro che arrivino di domenica, uno per le cose che è meglio dimenticare, che invece te le ricordi benissimo la domenica, uno per le sigarette, che se ne fuma tante la domenica.
Mai che ti trovi ad aprire un cassetto dove hai nascosto dei soldi.

Forse dovrei ammazzarmi, come gli altri.
Io ho sempre fretta: quando è oggi, desidero che sia domani, quando è Natale, penso all’anno prossimo. Sembra veramente che ho fretta: quando è questa vita, penso già a quando non lo sarà più.
E poi visto che è un continuo spendere soldi, se passerà in fretta, potrò risparmiare.

È come l’altra domenica. Perché allora non l’ho fatto l’altra domenica? Ah già, cozze per cena.

Quindi è così che sono sopravvissuto, finora.
Non mi ricordo se son l’ultimo... Qualcuno l’ho certamente dimenticato. È  quando mi arriva la notizia che son morti che me li ricordo.
Ma io aspetto, toccherà anche a me.

Ecco, è domenica, la vicina impazza, ce l’ha col marito che tradisce la dieta e mangia di nascosto. Domenica scorsa era lo stesso. Perché non si lasciano? Lui potrebbe mangiare tutto quello che gli va, i fritti le caramelle i gelati, e lei starebbe finalmente  zitta.
Avrei silenzio la domenica, senza questa sensazione che il mondo fuori va avanti senza di me.

Dovrei telefonare a qualcuno.
No, ché poi mi tocca parlare, non chiamo proprio nessuno, ormai ho litigato con tutti, e quelli con cui non ho litigato la pensano più o meno come me.
Perciò non andrò certo a disturbarli nelle loro tombe.

lunedì 31 ottobre 2016


L'ISOLA


Qui non c’è niente.
Proprio niente.
Il mondo non manda più neppure un urlo, un battito.
Mondo, batti un colpo.
Niente. Qui tutto continua a oscillare col mare, e niente più.

All’inizio, lo ammetto, era una grande avventura. Fui io a convincerti. E chi lo nega?
Ma oggi è diverso. Certo sì, splende il sole... Come splende questo sole.
Non è che non mi piaccia il sole, anzi, guarda cara, la mia pelle si è anche abituata, non mi brucio più.

All’inizio, cara, era enorme questo mare, ci bastava, ci bastava la promessa che conteneva, bastava a questa casa semplice, bianca, ben riparata dal sole. Bastava ai lunghi giorni di fatiche, nel dolce impegno di amarti.
Allora era abbastanza, fare arrivare l’acqua, far crescere le piante, guadagnarsi ogni anno un mezzo metro d’ombra in più, la risposta a tutto era la fatica. Troppo tempo passato nella malinconia della città.

La odiavamo la città, ci lasciava senza fiato. E senza amore, quando troppa, troppa gente si metteva tra noi abitando il nostro destino.
È nella città che ti ho trovata, avevi poco sole sulla pelle e un tremore nervoso sul labbro.

Poi è arrivata l’isola, ci è fiorita dentro ancora prima che la raggiungessimo noi.
Sì, ora mi ricordo, ricordo perché l’abbiamo voluta, cercata.
Lo so, lo so cara che sei ancora la stessa, lo so che hai messo te nelle mie mani, che i tramonti ancora dicono “domani”.
Oh, perdonami, non potrei mai negare la bellezza dell’isola...

...O forse ci pensi anche tu?

Hai anche tu il sospetto che questa non sia davvero l’isola, ma un fondale dipinto? Una gabbia aperta che imita un’isola.
Lo vedi anche tu? Guarda l’ombra del fico, immobile, ha un occhio inquietante, non ti pare? E il mare, laggiù, dove finisce, là il mare, beh, mormora oltre...
L’isola si è presa le nostre vite, ingannandoci.

La fuga, te la ricordi? Come fu rapida, tanti anni fa cara. Ma come sarebbe lenta, e vile, oggi, per questi flutti. Non credi cara?
Lo so che non vuoi tornare da dove sei venuta. No, neanch’io vorrei.

Ma qui, guardati intorno, non c’è niente da far crescere, non c’è un’altra stagione da scoprire, e non c’è sasso che io non abbia tirato nel mare senza che prima o poi ritornasse alle mie mani.
Ora parlo la lingua di questi pescatori, e i tuoi capelli non sono cambiati di un filo.
Non invecchiamo forse noi cara? Eppure giurerei che proprio di invecchiare si stava parlando, e io voglio, lo voglio, invecchiare.
Qui abbiamo dimenticato tutto.

Ma stanotte l’orizzonte mi spia le budella, mi ha scoperto. Da quando siamo qui non l’avevo mai visto tanto lontano, era sembrato a portata di mano, e invece guardalo là, traditore, come bisbiglia di raggiungerlo ancora una volta.
Non so neppure io dove andare, anch’io qui ho casa e altrove non più. Non ti chiedo di distruggerla, cara, ma solo di viaggiare.


lunedì 24 ottobre 2016

VITA DA CANI


Il veterinario aveva detto che venivi su grande e grossa, 35 chili. Hanno detto border collie, alano, beagle, labrador, pitbull, english pointer, invece sei più uno di quei cani di ceramica nelle scene di caccia. Ma neanche a trovare tartufi sei buona, scavi buche di metri da seppellirci una famiglia, ma non trovi nulla che somigli a una cosa non dico preziosa, ma almeno utile.

A due mesi promettevi bene, ti sognavo atletica, alta, fiera, l’invidia del parco.
Invece stai diventando un Cacciatorino con le gambe, ti allunghi e non ti alzi, somigli tanto al 75 sbarrato col soffietto in mezzo.
In più cammini con l’orgoglio ferito, la testa bassa, la dignità non è che un ricordo atavico, sembra che ti fai schifo da sola, e la cosa non è elegante.
E come se non bastasse, sei pure vigliacca, lo vedo che quando un altro cane fa l’aggressivo, la tua sola strategia è fingerti morta, e resti in quello stato di morte apparente fino a che l’altro non scompare all’orizzonte.

Hai rischiato di chiamarti Girina, e quando è stato pronunciato “Ceci” ho concluso l’asta.
Cecilia? Ma quale Cecilia. A casa mia umani e bestie hanno nomi diversi.
Nessuna Cecilia, è Cecenia. Proprio così. L’amico mio che tu odi, è stato lui a scoprirlo, tu sei un Bracco Ceceno, usato come sminatore sulle montagne del Caucaso. E la faccia ce l’hai.

E poi ci sono gli altri nomi, Cujo, perché al buio voi cani siete tutti assassini, e Bracco Il Cane Stracco, perché sei in realtà un incrocio tra un bracco e un pigro.
E dopo questa, altre qualità in te non ne vedo.

Per il resto, da cane, puzzi da starti lontano, e anche se tu pensi che io ti abbia partorita, tu sei sempre una lurida bestia, concepita nel più brutale dei modi in un fetido angolo di terra, e io sempre da lurida bestia ti tratterò.
Cibo, se ce n’è, niente cappottino d’inverno, coccole quando va a me, botte quando mi fai incazzare. Curerò solo le malattie gravi, non andrò in sbattimento per i tuoi umori, ti abbatterò se morderai qualcuno, è un attimo che ti lego al guard-rail, non avrò riguardi per le tue piccole sofferenze di bestia.

Tra l’altro mi devi un sacco di soldi.

I tuoi occhi tristi, rossi e in discesa, con me non attaccano, volevo solo avvertirti.
Che a dire il vero ci ho anche provato a farmi una chiacchierata con te, su argomenti anche parecchio importanti, ma nulla mi toglie dalla testa che tu non stessi ascoltando.

Questo per dirti che apprezzo la tua amicizia, che a volte mi chiedi troppo amore e gioco, e io non amo giocare, e che non capisci un fico secco di quel che ti dico e questo ti rende perfettamente inutile, ma sai perdonare, gran cosa, buona amica.

Il nuovo bonus video fresco della settimana scorsa
con LUI
e con L’ALTRA



Non so più come dirvelo, Alberto Marotta è un genio, salviamolo dal canile