venerdì 20 ottobre 2017

INFORMATI!

OPPURE STUDIA.





Salve, amico no-vax, ti presento il pensiero critico.

Un po’ presuntuoso da parte mia, me ne rendo conto. Ma io ho Giordano Bruno con me, tu chi hai, Sai Baba?

Dai, prendila sul ridere, ci vediamo in giro, ci vogliamo bene, abbiamo i figli a scuola insieme, e poi io sono d’accordo con te, questa legge è odiosa, fatta da un governo odioso in modo odioso.

Solo che spesso mi dici che devo informarmi, perché “Informati” is the new “SVEGLIA!!!”
Ma io non credo che mi informerò, anzi starò alla larga dalle informazioni, ne ho abbastanza di tutte queste informazioni.
Informati tu, ché io non intendo farlo. Io preferisco la retroguardia, dove si perde tempo a distinguere e selezionare.
Tu mangia pure, che io digerisco.

Ed ecco il tuo sguardo pietoso sulle mie ingenuità: “Le cose sono un po’ più complicate di così” mi stai dicendo (is the new “Capra!”), ma non è il complicato a spaventarmi, è il facilitato.
Non è una questione di fiducia nelle istituzioni, è una questione di fiducia nel tempo e nella storia, unici filtri davvero affidabili nell’universo della crisi perpetua.

Oh, la scienza moderna è una cosa meravigliosa, di cui sono così innamorata che non la tocco, posso solo lambirne i contorni. Amo però quei contorni, perché mi definiscono, mi sostengono in ogni mio gesto, mi hanno permesso di essere ciò che oggi sono.

Perché vedi, proprio a dispetto della dabbenaggine che mi attribuisci (anche se non usi questo termine, non ti verrebbe in mente, ammettilo), la scienza a cui io mi riferisco si basa proprio sul rifiuto del principio di autorità, cui tu mi accusi di essere prona, in favore dell’esperienza, della vagliabilità delle ipotesi, per fondare un sapere oggettivamente verificabile, che rigetta la certezza e persegue l’analisi dei fenomeni e delle loro cause.

Si basa sulla crisis.
Benvenuta crisis! (Dal verbo greco krino, separare, distinguere, giudicare). Ostinata maestra che mi insegni a distinguere tra doxa ed episteme, opinione e conoscenza.
Perché sono così pedante? Perché questi termini greci?
Perché il sapere è storico.
(E perché un manuale di filosofia andrebbe tenuto sempre accanto al pc).

Ma io sono un residuato bellico, è vero, un po’ accademica e artritica, e tu mi dici di smetterla con la filosofia, perché “non ci stanno dicendo tutto” (is the new “È quello che vogliono farci credere”), e io che cosa vuoi che ti risponda? Che nessuno mi ha mai detto tutto, e malgrado questo posseggo un grimaldello invincibile: quando mi dicono qualcosa, fosse anche poca cosa, io so come leggerla.
Mi basta meno di tutto.
Ecco perché non è necessario che io percorra il web in lungo e in largo come un Diogene impazzito, tentando disperatamente di “informarmi”, perché ho studiato filosofia.

Perciò questo pensiero critico, questa conoscenza, questa che oggi chiamiamo ancora scienza moderna è ciò che ha permesso la mia sopravvivenza e la mia protezione, garantendomi sviluppo e straordinario adattamento.

Ma è anche ciò che non ha salvato mia madre, pur dispiegando la sua forza e la sua sofisticata tecnologia.
La scienza fallisce, ed io forse ancora di più per questo la amo.
Mi metto a sua disposizione come sono a disposizione del mio tempo.

Quindi a noi due: i vaccini fanno più male che bene? Oh, boh, non credo neppure che la risposta mi riguardi di più di quanto mi riguardino le staminali. E cioè sì, ma da una rispettosa lontananza.
Però le risposte che per adesso la conoscenza, l’episteme, può dare, dicono di no, che no, non fanno più male che bene. Che la faccenda dell’autismo fa sorridere già da qualche anno. Che le argomentazioni portate sono di cartapesta...
Ma il punto per me è che quando venisse verificato il contrario, la scienza non esiterà a pronunciare questa nuova conoscenza.
Perché è scienza, e non parla finché non sa.

Ecco perché per oggi aspetto che sia la scienza a dirmi che i vaccini fanno più male che bene, non una tesi, non un’ideologia, non i singoli individui, qualunque titolo abbiano.
Non farò nulla più che un smorfia di fronte alle vostre “prove”, e no, non andrò a informarmi.
Mi affido ad essa e al suo fallimento, sì, proprio così, mi affido anche a quel giorno in cui si smentirà, senza disonore, ma per umile procedimento.
Perché la scienza è un tipo di sapere storico, non ideale, non produce idee, produce conoscenze, produce storia.

Ci ho scritto un libro sul fatto che noi siamo la nostra storia, sul fatto che abdicare ad essa ci perderà.
Quindi ci tengo un po’.

Esistono degli snodi definitivi nella storia, inventati da noi, per carità, ma che ci aiutano ad appigliarci a qualcosa nell’indifferenziato scorrere del tempo... l’invenzione della ruota, la rivoluzione copernicana, quella francese, l’illuminismo, gli antibiotici, l’invenzione della stampa, sono quella roba lì. Noi siamo quella roba lì.
Siamo Marx, siamo Gesù, siamo l’agricoltura, l’industria, la guerra, siamo Galileo, l’università, l’elettricità, internet, la psicanalisi, Platone, Einstein, il cinema.
Noi siamo la medicina, siamo i vaccini.

No, non fuggo il dubbio, al contrario, lo perseguo, ed è per questo che mi rimetto alla storia, al nostro peregrinare lungo il suo svolgersi, ed è per questo che cerco di onorare il pensiero critico attraverso l’ossequio della scienza moderna e del suo dubitare, mancando e centrando il bersaglio, insieme alla sua più antica sorella techne.

La scienza appartiene agli uomini.
Ce la siamo sudata la scienza, ce la dovremmo tenere stretta.

Concludo, amico no-vax, chiedendoti di smetterla, ti prego, di darmi dell’idiota ignorante, di dirmi che me le bevo tutte in quanto avrei paura di sollevare dubbi, perché io ho una tale consuetudine col dubbio che non vado precipitando inesorabilmente giù per ogni abisso che scava come se fosse l’unica strada rimasta. Mi muovo tra la molteplicità dei suoi crepacci e li osservo, li giudico, ci guardo dentro e imparo, per tentare casomai di descrivere una mappa di questo sacro vagabondaggio.







mercoledì 18 ottobre 2017

IL MIO PERSONALE

“METOO”




Sembra non essere chiaro a nessuno se questa sigla significhi è successo anche a me, oppure solidarizzo con chi, oppure non è che mi sia proprio successo ma stava per, oppure basta anche meno.

Chissenefrega, è lo stesso. C’è un rancore sommerso, un ricordo o tanti, di culi palpeggiati sull’autobus, o di sguardi, parole, che hanno invaso uno spazio sul sottinteso della forza.
Che è forza fisica, ma è anche forza morale, o immorale.

E adesso preparati, perché non scriverò un post in cui tu ti sentirai tra i buoni, ma tra i cattivi, io non cerco consenso.

Io penso che sei una merda, maschio, per ogni sguardo alle mie tette o al mio culo, sì, anche per lo sguardo, mio bel fringuello che con un’alzata di spalle pensi “ora non si può più neanche guardare”.
Indovinato.

Perché non sai quanto ci farebbe sentire libere, anzi liberate, quanto ci farebbe diventare persone alla pari con voi non dover passare quel filtro, quello del desiderio.

Quel desiderio lo devi tenere a bada, come tieni a bada quello di tirare un pugno al vicino quando ti girano le palle, è solo civiltà. Non devi neppure guardare, finché non sarò io a mostrarmi. Non ci devi neppure pensare. La tua autocensura deve essere molto ma molto più severa di quanto tu immagini.

Perché fa schifo dover essere carine per attirare la tua attenzione su ciò che noi siamo, almeno quanto fa schifo essere palpeggiate sull’autobus e domandarsi “Come faccio adesso, come glielo dico senza sembrare un'isterica?”

Io ricordo, tra le altre cose, un “Perché, non ti piace?” Era evidentemente uno stronzo.
Ma è stronzo altrettanto tuo figlio che se ne va in giro, bambino, cantando “Sei un cesso a pedali”. È la stessa identica cosa, la stessa. È lo stesso procedimento mentale, è sempre la desiderabilità di una donna, suo unico segno dell’essere al mondo.

E poi, quando invece di un figlio hai una figlia, che succede? Temi per lei vero? E perché? “Perché so come sono fatti gli uomini”. Appunto, allora piantala, sciagurato.

Puoi imparare tu, puoi insegnarlo a tuo figlio. Ma devi cambiare. Mi aspetto molto ma molto di più da te.

Sissignore, è successo anche a te, e ti succederà oggi. Forse dentro le mura di casa.






lunedì 9 ottobre 2017

POSTFAZIONE IMMAGINARIA

DI UN LIBRO IMMAGINARIO




Ci tengo a sottolineare che questo è un libro autoprodotto.
Perché? Ma è molto semplice: perché non ha ancora trovato un editore, un’investitura ufficiale che lo trasformi da libro immaginario a libro vero, da burattino di legno a bambino in carne e ossa.
A dire il vero ho lavorato pochino sulla ricerca di un editore, ne ho tentati una decina, è un po’ poco dicono, ma è un lavoro troppo duro quello di stare al concerto di Springsteen sperando per tutto il tempo di essere tirato sul palco a cantare con lui.
Perciò mi sono fatta la mia band, in attesa di suonare in pubblico su qualche piccolo palco di periferia.

Dunque che cosa ho scritto?
Diceva Nabokov che quando sentiva pronunciare la domanda su quale fosse l’intento dell’autore gli veniva in mente “un prestigiatore che spieghi un trucco con un altro trucco”, ma che il libro, lì per lì, viene scritto senz'altro intento che quello di “liberarsi del libro medesimo” (ancora Nabokov).

Posso sfornare qui subito una quarantina di pagine di fine critica letteraria, un’approfondita lunga noiosissima e autoreferenziale esegesi della mia opera, con tanto di citazioni, divisa in capitoli e corredata di note, per dimostrare che sono riuscita coerentemente a dire quello che era nelle mie intenzioni.
Amo quest'albero, che ogni volta che lo scuoto fa gemmare nuovi pensieri.
Ma suvvia, chi la leggerebbe?
Perciò, se proprio non volete le 40 pagine, potreste voler leggere questa storia.

Infatti amo anche questa storia, sono stata felice nello scriverla, perché vi si avverano i sogni che nessuno oserebbe pronunciare: quel che nella vita reale non ci è concesso, qui si può.
E se di solito ci è proibito rimediare agli errori irreparabili, in questo libro è benvenuto ogni ripensamento.

All’inizio si tratta di rivisitare qualche snodo di una vita per rileggerlo e trovarvi un senso, tentando casomai di invertire una rotta, ma con il proseguire della storia la possibilità di reinventare tutto, di rifarlo, di recuperare il perduto si fa concreta.
Concreta fino all’imbarazzante punto di risvegliare i morti, o di salvare definitivamente i vivi.
A chi voleva una scelta è concessa una scelta, a chi agognava un ritorno il ritorno è accordato, qualcuno scenderà dalla croce su cui il tempo lo ha affisso, a un altro verrà regalata un’infanzia perenne, e infine sarà offerta loro la chiave del tempo, che li porrà al di fuori di esso.

Sono baciati dalla fortuna, ma le loro fortune non sempre liberano.
Questo libro in cui i sogni più sfrenati si avverano infatti è tutt’altro che divertente, è abitato da infelici, gente segnata, che ha perso tutto, qualcosa, o tanto, gente che vive per lo più dei propri scarti. Sono i tipi più afflitti che si siano mai visti.
Sono personaggi che si sono licenziati da ogni desiderio, darebbero qualunque cosa per dismettere i loro panni umani e complessi, per abbattere la visione prospettica a cui sono condannati.

Ed eccoli accontentati.
Ma c’è un prezzo da pagare. Abdicare all’essere nel tempo richiede un tributo alto, perché inseguire la velleità del rimedio rinunciando alla soglia sulla quale siamo costretti è buttare alle ortiche tutto l’impegno del nostro errare.


domenica 17 settembre 2017

AL FUNERALE


Conosco bene i funerali, ci vado spesso, pare che si muore parecchio. E poi non ci vuole l’invito.
La lunga macchina col portellone aperto, la foto fuori, gli occhiali scuri, la gente che guarda. I baci.
“Stava ancora bene questa primavera.”
“La conoscevo da vent’anni.”
“Troppo giovane.”
“Ecco la mamma, è ancora viva...”
“Povero cagnolino, chi se ne occuperà adesso?”
E l’immancabile “Chi l’avrebbe detto”. Ha ragione questa gente, nessuno l’avrebbe detto.

I fiori, le pompe funebri in disparte, fumando sigarette. Il barbone, quello che sta davanti al Carrefour Express, ha lunghe lacrime. Lo avvicino, è tutto solo, guarda la scena da sotto la scalinata, gli dò la mano, è inconsolabile.

E poi nel quartiere, per la strada o al quinto piano si parla delle tragedie degli ultimi anni, infarti, malattie misteriose, tumori.
“A ottobre sono due anni.” Lo dice con un sorriso che non è accettazione, ha più a che fare con un conto aperto, una vendetta che aspetta.
“Che sta succedendo in questa via?”
“Ma in qualcosa bisogna credere.”
“E tua mamma?”
“Una vita dopo questa ci deve essere.”
“Mah, non conosco la vita senza corpo.”
“Saremo tutti nudi.”
“Buongiorno architetto.”
“Forse come spirito, senza individuo, senza io.”
“E quel neo te lo sei fatto vedere?”
“Ma non per tutti può essere lo stesso, chi ha fatto del male non può andare con gli altri.”
“E il perdono di Dio? La misericordia?”
“Misericordia sì, ma non per tutto.”

Anche il prete ha parlato di paradiso, ha messo la defunta in questo luogo dove tutti stanno benissimo e non vedono l’ora di arrivare. Sarà lì forse a dipingere diceva, con colori che ha avuto il candore di definire “bellissimi”. In paradiso, lieta, "lassù", indicando col dito.

A quale piano padre?

venerdì 1 settembre 2017

LIVORUZIONE!


Basta, siamo stanchi!
Stanchi morti. Il mio verduriere è stanco, la maestra è stanca, il postino, la vicina di sotto. Un sonno becco.
Io poi non ne parliamo.

Io passo ore a decidere di alzarmi dal divano, e solo per andare a letto.
Quando faccio uno sforzo, poi devo riposare per settimane.
Per motivarmi ad andare a correre ho anche inventato la corsa a scalare: inizi la prima volta correndo tre ore, poi ogni volta fai sempre un po’ meno, con la promessa che tra sei mesi potrai non mettere piede fuori di casa.

Non so cosa sia, qualcosa nell’aria, non ce la si fa, andare a fare la spesa, portare giù il cane, alzarsi la mattina, è tutto un portare il mondo sulle spalle.

Stanchi, siamo solo stanchissimi, stanchi come nonni, come bucce spremute, come Perceval a far la guardia al Graal per secoli.
Ecco, noi si fa la guardia, si resta lì immobili, e questo ci distrugge, assistere ci prosciuga.

Credo che la rivoluzione non la facciamo non perché manchino le idee o il coraggio. No, è solo un terribile sonno, un senso di abbuffata da smaltire.
La gente non ha la forza più nemmeno per bestemmiare, figuriamoci la rivoluzione.

Io propongo un gran riposo collettivo, un letargo a rotazione, a quartieri, un paio di mesi ciascuno di gran dormite, sbadigli e lamentele.
E per un po’ niente più tenere duro, stringere denti e chiappe, per un po’ niente strappi e sofferenze, solo morbidi giacigli, dormire come sassi, ché è lì che si sogna, senza tempo che fugge, allarmi e scadenze.
A turno, un po’ a ciascuno, intanto gli altri si occupano dell’essenziale, agricoltura, salute, bambini. Poi si fa a cambio.

Vedo una rivoluzione di bandiere bianche.
Un’alzata di mani, mani da cui cadano strumenti e scartoffie.
Una voltata di spalle.
Sentiremo improvvisa un’assenza dal coro di catene, un tacere che è un cessare, dismettere l’acquiescenza.
Come figli non voluti restituiremo rinuncia, avversione, disobbedienza.

E le bandiere si tingeranno d’amore.


sabato 10 giugno 2017

IL RACCONTO VERDE


Perché l’editoria italiana sta proprio facendo un gran lavoro...



lunedì 20 febbraio 2017

LA MIA PAURA


Ciascuno l’ha avuta, chi più chi meno.
Io
ho persino paura della vostra paura,
che vedo riflessa
nelle orbite dove si mischiano i vostri spaventi
orrendi, a maree,
paura per il buio
per la luce
per le streghe.

Ma c’è qualcosa di peggio della vostra paura:
la mia paura.

La mia è puntuta, nauseabonda,
è un bisturi di brina raggelante tra le costole,
paura per la sera,
paura furibonda, per il giorno che verrà,
per le cose che non so,
ancora.
E dopo? E poi? Che cosa farò? Così è la mia paura.
E che cosa diranno? Che penseranno?

Grottesche streghe dei vostri incubi
fatevi da parte, arrivano i lupi
coi canini aguzzi: tu che farai?
mi chiedono.
Come ti spiegherai?
E io non posso spiegare una vita
una vita intera.
Ma appena sono lì per capirlo
vi mettete davanti voi.
Hai fatto male hai
sbagliato.

La mia paura è terribile,
perché è uguale alla vergogna.


lunedì 13 febbraio 2017

COME LO FECI




Brava brava sono tanto brava.
Però lo puoi fare anche tu, prendi il sito, carichi il file, ti fai la copertina con un disegno di tua figlia, e stampi solo quando vendi. Non perdi, non guadagni.
Per il vero prendo un euro e qualcosa dal cartaceo e un quasi euro dall’ebook, solo che siccome non penso veramente di vendere, in pratica non guadagno. Poi per carità, se uno vuole comprare mi onora, ma mi onora pure se lo legge gratis.

Questo per dire che nessun editore mi ha scelta e ha messo su di me il suo segno, questo destino me lo sono preso da sola, come una di quelle donne che a quaranta decidono che il figlio se lo fanno da sé.

Ed eccolo lì, l’anatema della terra piatta e l’orizzonte del caos, le storie che mi sono nate nella testa e i miei giorni nello scriverle, stanno lì e va bene così.
Insieme a mia figlia è tutto ciò che ho fatto di compiuto, e per quanto mi riguarda mi è riuscito.

Ovvio, noi scrittori siamo fatti così, se non ti piace, per noi lo scemo sei tu...
Ma sotto ci domandiamo che cosa non va, e miglioriamo.
Ci mettiamo i decenni, ma lavoriamo, lavoriamo, tra budella sanguinolente e vuote stagioni a fissare pareti, senza stipendio, fiumi sotterranei.
Andiamo combattendo questa battaglia contro le storie, contro i personaggi, contro le parole, da tutta la vita e tutti i giorni.
Abbiamo ancora nel cuore i romanzi non finiti e quelli finiti ma di cui ci vergogniamo, abbiamo le poesie e le canzoni. Fin da piccoli abbiamo riempito la cartella, le tasche, i ripiani e le scatole di cartaccia cartaccia cartaccia, lettere, appunti, taccuini. E anche adesso, coi pc, i portatili, gli aggeggi, temiamo di morire all’improvviso e che vengano trovati i nostri file pieni di tentativi e finiscano col giudicarci ingenui e scadenti. Scoperti postumi, e pure scadenti.
Come quelli che si preoccupano che gli becchino i calzini bucati all’ospedale se finiscono sotto al tram.

Anche contro la sfiducia e la pigrizia e il telefono e la distrazione la battaglia è ardua, ed è sempre quasi persa. Quasi. Quella stessa distrazione ci rende coriacei nelle nostre inossidabili velleità, perché per noi dire è come respirare, dire è il primo e ultimo lamento delle nostre giornate.

E spesso, sì credo spesso, collezioniamo tentativi anche nella vita, concepiamo ambiziosi incipit, allestiamo illusioni, e ci smarriamo in finali ineffabili.
Abbiamo dentro mille embrioni, alcuni vivono, molti abortiscono.
È la fertilità che ci premia, attendiamo sempre l’avvento di una storia a cui sia concesso sopravvivere.

È pieno così di scrittori come questi, e io sono tra loro, lo faccio, lo amo, mi abita e mi possiede, più di un luogo dell’infanzia o di un amante o di un mestiere, più di un destino.

Ma un grazie, uno solo, lasciatemelo dire, alla bambina magica, apparsa come una stella polare, miracolosa guida per mare e per terra. Non credo di meritarla.


                                                                   
                                                                                                                    




lunedì 23 gennaio 2017

GLI SPALAMERDA


Avanti, e smettila di fingere che non spali merda. Eddai, e piantala.
Dai che tra un’ora e 13 sei fuori di qui, bolli il cartellino e voli via, verso il mondo.
Il mondo, coi suoi clacson e i negozi, che altro non ha da offrirti che altri lavoratori.

Ma che fanno tutti questi lavoratori? Sui pullman, sulle tangenziali, negli uffici, nelle farmacie, sui tetti. Che cosa costruiscono che già non c’era prima?
Il mondo è tutta manutenzione.
Manutenzione delle strade, degli edifici, della salute. Manutenzione della cultura.

Ma sì, tu qui la cultura non fai che copiarla e ricopiarla, milioni di volte... alla lunga perde qualcosa.
Dai coraggio, 56 minuti, un po’ di Omero, le sirene di Ulisse, l’addio ad Andromaca, che finirà schiava. Anche lei?

Avanti con Montale, Dante, sì, e anche D’Annunzio... anche D’Annunzio? Sì, anche D’Annunzio. Ho un po’ di nausea.
Ci vorrebbe l’inchiostro simpatico.
Bambini, ragazzi, non credete ai vostri libri. Via, scappate coi pirati, è per mare che si impara.
Chiedetelo a Ulisse.

C’è un motivo per cui sulle antologie Ulisse non compare mai a letto con Calipso, o la stupenda Circe? Il taglio è sempre un verso prima di quello che recita:

        allora solo di Circe salii il letto bellissimo.

Con Calipso ci andò a letto per otto anni, è una di quelle unioni fuori del matrimonio, ma nei libri nulla, il taglio è subito prima.
Sfido chiunque a trovare un libro di scuola in cui siano riportati questi versi.
Sono versi bellissimi:

        Così diceva: e il sole s’immerse e venne giù l’ombra:
        entrando allora sotto la grotta profonda
        l’amore godettero, stesi vicino uno all’altra.

Ma di Penelope si sa tutto, è un nome che diamo alle bambine. Certo, evviva Penelope. Fedele, devota, invecchiata in solitudine.
Si sa della tela che disfa di notte e tesse di giorno. Mentre Ulisse la piange, così come deve, lui la sospira ogni giorno. Soprattutto dopo l’amore con le dee.
Noi non ci chiamiamo Circe o Calipso, quelli sono nomi per i titoli di testa dei film porno.
Tagliare i versi d’amore, manutenere la fedeltà di Ulisse, e nessuna pietà per le dee immortali che abitano isole remote.

Non credete alla scuola bambini, l’abbiamo fatta noi, che della scuola non sappiamo altro che la conservazione.
Non fate manutenzione, come noi vi vorremmo insegnare, non siate schiavi, uscite, calatevi fuori della finestra in un paniere, in odio a noi. Lasciate noi a spalare la merda, insegnate a noi come guarire da questo malanno, questo lavorìo di manutenzione.

Li sento già: "Bisogna insegnare ai bambini! Perché non siano bestie e diventino uomini!”
Sì, sì.
Ma chi era poi Ulisse? La sete di conoscenza, la lealtà verso i compagni, i viaggi senza comodità... che gira tutto il Mediterraneo per fargliela vedere a quel Polifemo, il ciclope senza il secondo occhio, quello che dà la prospettiva. Il mostro, la bestia incolta che parla con le capre e mangia uomini come fossero caramelle.

Chi è questo Ulisse che apprende la vita girando il mondo con pochi amici, solcando il mare, e poi torna in patria per fondare un uomo nuovo, l’uomo della conoscenza, l’uomo che supera l’animale.

Chi era questo Ulisse, davvero uno di noi?
O piuttosto un’invenzione, un desiderio. Il fantasma dell’uomo che avremmo voluto essere...
Manutenzione di questa idea. Il nostro mondo è un monumento a questa idea, ma è tutto pieno di merda da spalare.


lunedì 16 gennaio 2017

L’ASSASSINO


Chi mi ha ucciso?
Sono stati gli ogm, lo smog, lo stress?
Mi ha ucciso un qualche veleno, un gas, una polvere?
O saranno stati i farmaci?
Mi ha ucciso l’alcool, il fumo, la droga?
O è stato lo sport?
Un incidente o il fato?
Un’oliva di traverso? È stato il destino?
Mi ha ucciso la mia ipocondria?
Mi uccisero i buoni o i cattivi?
Sarà stato il dottore?
È stato Dio o l’assenza di Dio?
Sono stato io?