sabato 10 giugno 2017

IL RACCONTO VERDE


Perché l’editoria italiana sta proprio facendo un gran lavoro...



lunedì 20 febbraio 2017

LA MIA PAURA


Ciascuno l’ha avuta, chi più chi meno.
Io
ho persino paura della vostra paura,
che vedo riflessa
nelle orbite dove si mischiano i vostri spaventi
orrendi, a maree,
paura per il buio
per la luce
per le streghe.

Ma c’è qualcosa di peggio della vostra paura:
la mia paura.

La mia è puntuta, nauseabonda,
è un bisturi di brina raggelante tra le costole,
paura per la sera,
paura furibonda, per il giorno che verrà,
per le cose che non so,
ancora.
E dopo? E poi? Che cosa farò? Così è la mia paura.
E che cosa diranno? Che penseranno?

Grottesche streghe dei vostri incubi
fatevi da parte, arrivano i lupi
coi canini aguzzi: tu che farai?
mi chiedono.
Come ti spiegherai?
E io non posso spiegare una vita
una vita intera.
Ma appena sono lì per capirlo
vi mettete davanti voi.
Hai fatto male hai
sbagliato.

La mia paura è terribile,
perché è uguale alla vergogna.


lunedì 13 febbraio 2017

COME LO FECI




Brava brava sono tanto brava.
Però lo puoi fare anche tu, prendi il sito, carichi il file, ti fai la copertina con un disegno di tua figlia, e stampi solo quando vendi. Non perdi, non guadagni.
Per il vero prendo un euro e qualcosa dal cartaceo e un quasi euro dall’ebook, solo che siccome non penso veramente di vendere, in pratica non guadagno. Poi per carità, se uno vuole comprare mi onora, ma mi onora pure se lo legge gratis.

Questo per dire che nessun editore mi ha scelta e ha messo su di me il suo segno, questo destino me lo sono preso da sola, come una di quelle donne che a quaranta decidono che il figlio se lo fanno da sé.

Ed eccolo lì, l’anatema della terra piatta e l’orizzonte del caos, le storie che mi sono nate nella testa e i miei giorni nello scriverle, stanno lì e va bene così.
Insieme a mia figlia è tutto ciò che ho fatto di compiuto, e per quanto mi riguarda mi è riuscito.

Ovvio, noi scrittori siamo fatti così, se non ti piace, per noi lo scemo sei tu...
Ma sotto ci domandiamo che cosa non va, e miglioriamo.
Ci mettiamo i decenni, ma lavoriamo, lavoriamo, tra budella sanguinolente e vuote stagioni a fissare pareti, senza stipendio, fiumi sotterranei.
Andiamo combattendo questa battaglia contro le storie, contro i personaggi, contro le parole, da tutta la vita e tutti i giorni.
Abbiamo ancora nel cuore i romanzi non finiti e quelli finiti ma di cui ci vergogniamo, abbiamo le poesie e le canzoni. Fin da piccoli abbiamo riempito la cartella, le tasche, i ripiani e le scatole di cartaccia cartaccia cartaccia, lettere, appunti, taccuini. E anche adesso, coi pc, i portatili, gli aggeggi, temiamo di morire all’improvviso e che vengano trovati i nostri file pieni di tentativi e finiscano col giudicarci ingenui e scadenti. Scoperti postumi, e pure scadenti.
Come quelli che si preoccupano che gli becchino i calzini bucati all’ospedale se finiscono sotto al tram.

Anche contro la sfiducia e la pigrizia e il telefono e la distrazione la battaglia è ardua, ed è sempre quasi persa. Quasi. Quella stessa distrazione ci rende coriacei nelle nostre inossidabili velleità, perché per noi dire è come respirare, dire è il primo e ultimo lamento delle nostre giornate.

E spesso, sì credo spesso, collezioniamo tentativi anche nella vita, concepiamo ambiziosi incipit, allestiamo illusioni, e ci smarriamo in finali ineffabili.
Abbiamo dentro mille embrioni, alcuni vivono, molti abortiscono.
È la fertilità che ci premia, attendiamo sempre l’avvento di una storia a cui sia concesso sopravvivere.

È pieno così di scrittori come questi, e io sono tra loro, lo faccio, lo amo, mi abita e mi possiede, più di un luogo dell’infanzia o di un amante o di un mestiere, più di un destino.

Ma un grazie, uno solo, lasciatemelo dire, alla bambina magica, apparsa come una stella polare, miracolosa guida per mare e per terra. Non credo di meritarla.


                                                                   
                                                                                                                    




lunedì 23 gennaio 2017

GLI SPALAMERDA


Avanti, e smettila di fingere che non spali merda. Eddai, e piantala.
Dai che tra un’ora e 13 sei fuori di qui, bolli il cartellino e voli via, verso il mondo.
Il mondo, coi suoi clacson e i negozi, che altro non ha da offrirti che altri lavoratori.

Ma che fanno tutti questi lavoratori? Sui pullman, sulle tangenziali, negli uffici, nelle farmacie, sui tetti. Che cosa costruiscono che già non c’era prima?
Il mondo è tutta manutenzione.
Manutenzione delle strade, degli edifici, della salute. Manutenzione della cultura.

Ma sì, tu qui la cultura non fai che copiarla e ricopiarla, milioni di volte... alla lunga perde qualcosa.
Dai coraggio, 56 minuti, un po’ di Omero, le sirene di Ulisse, l’addio ad Andromaca, che finirà schiava. Anche lei?

Avanti con Montale, Dante, sì, e anche D’Annunzio... anche D’Annunzio? Sì, anche D’Annunzio. Ho un po’ di nausea.
Ci vorrebbe l’inchiostro simpatico.
Bambini, ragazzi, non credete ai vostri libri. Via, scappate coi pirati, è per mare che si impara.
Chiedetelo a Ulisse.

C’è un motivo per cui sulle antologie Ulisse non compare mai a letto con Calipso, o la stupenda Circe? Il taglio è sempre un verso prima di quello che recita:

        allora solo di Circe salii il letto bellissimo.

Con Calipso ci andò a letto per otto anni, è una di quelle unioni fuori del matrimonio, ma nei libri nulla, il taglio è subito prima.
Sfido chiunque a trovare un libro di scuola in cui siano riportati questi versi.
Sono versi bellissimi:

        Così diceva: e il sole s’immerse e venne giù l’ombra:
        entrando allora sotto la grotta profonda
        l’amore godettero, stesi vicino uno all’altra.

Ma di Penelope si sa tutto, è un nome che diamo alle bambine. Certo, evviva Penelope. Fedele, devota, invecchiata in solitudine.
Si sa della tela che disfa di notte e tesse di giorno. Mentre Ulisse la piange, così come deve, lui la sospira ogni giorno. Soprattutto dopo l’amore con le dee.
Noi non ci chiamiamo Circe o Calipso, quelli sono nomi per i titoli di testa dei film porno.
Tagliare i versi d’amore, manutenere la fedeltà di Ulisse, e nessuna pietà per le dee immortali che abitano isole remote.

Non credete alla scuola bambini, l’abbiamo fatta noi, che della scuola non sappiamo altro che la conservazione.
Non fate manutenzione, come noi vi vorremmo insegnare, non siate schiavi, uscite, calatevi fuori della finestra in un paniere, in odio a noi. Lasciate noi a spalare la merda, insegnate a noi come guarire da questo malanno, questo lavorìo di manutenzione.

Li sento già: "Bisogna insegnare ai bambini! Perché non siano bestie e diventino uomini!”
Sì, sì.
Ma chi era poi Ulisse? La sete di conoscenza, la lealtà verso i compagni, i viaggi senza comodità... che gira tutto il Mediterraneo per fargliela vedere a quel Polifemo, il ciclope senza il secondo occhio, quello che dà la prospettiva. Il mostro, la bestia incolta che parla con le capre e mangia uomini come fossero caramelle.

Chi è questo Ulisse che apprende la vita girando il mondo con pochi amici, solcando il mare, e poi torna in patria per fondare un uomo nuovo, l’uomo della conoscenza, l’uomo che supera l’animale.

Chi era questo Ulisse, davvero uno di noi?
O piuttosto un’invenzione, un desiderio. Il fantasma dell’uomo che avremmo voluto essere...
Manutenzione di questa idea. Il nostro mondo è un monumento a questa idea, ma è tutto pieno di merda da spalare.


lunedì 16 gennaio 2017

L’ASSASSINO


Chi mi ha ucciso?
Sono stati gli ogm, lo smog, lo stress?
Mi ha ucciso un qualche veleno, un gas, una polvere?
O saranno stati i farmaci?
Mi ha ucciso l’alcool, il fumo, la droga?
O è stato lo sport?
Un incidente o il fato?
Un’oliva di traverso? È stato il destino?
Mi ha ucciso la mia ipocondria?
Mi uccisero i buoni o i cattivi?
Sarà stato il dottore?
È stato Dio o l’assenza di Dio?
Sono stato io?


lunedì 9 gennaio 2017

SE AVESSI TRENT’ANNI


Ah se avessi trent’anni!
Se avessi trent’anni mi sembrerebbero comunque tanti.
Dopo i sedici, mi sono sempre sembrati una montagna d’anni. Quindi anche se li avessi davvero, trent’anni, credo che farei bilanci storti.
Penso che se avessi trent’anni vedrei i miei quaranta non così lontani, li sentirei mordermi i lombi, e non per questo mi darei da fare, ma perderei tempo a pensarci su.

Temo che farei tutto uguale, anche perché, se avessi trent’anni, sarei quella che ero undici anni fa, e quindi sì, ovvio, farei tutto uguale.

Ma se mai fossero stati diversi, per un qualche battito d’ala di farfalla, se la mia famiglia fosse stata una di quelle che restano intatte, con dei nonni al mare coi nipoti, i soldi da mettere da parte per la nuova macchina, i figli a cui prospettare un domani, se avessi trovato il modo di avverare i sogni, se avessi pubblicato almeno un libro, beh, penso che vederlo lì appoggiato su un comodino, con la sua copertina, il suo codice isbn, credo che davvero non ci sarebbe stato nulla di diverso.
Credo che quel libro osserverebbe dal suo posto le stesse identiche scene, guarderebbe la mano che muore negli anni nella mano di chi la tiene, credo che le sere stanche, le mattine forsennate, le domeniche lente, tutto sarebbe lo stesso.

Perché alla fine la mia vita sono io, la mia compagna sono io, io sono mia madre e mia figlia, e quest’anima stessa che riconosco, a quarantuno, come un animale riconosce la tana.

Perciò se avessi trent’anni, con il viso e la pelle di prima, e la quantità di scorte ovariche di una trentenne, io credo che saprei come so adesso chi sono.


lunedì 19 dicembre 2016

LETTO DI SPINE


Farà freddo stanotte.

Lei ascolta canzoni
lei vuole partire
fa in frantumi la casa
lei deve partire.
Un grande viaggio
uno senza valigia,
cucina lacrime per cena.

E mentre cammina, dietro di lei
verità e menzogne si scambiano il posto
le contano i passi
le battono il tempo,
stanno intrecciando
perfidi
una quadriglia.

Lei non sa come lui
ci sia riuscito.

Segna un confine
mette la linea fragile
tra le rinunce e i desideri.

E un giorno si sentirà audace
si vede da fuori
la donna nuova che si incammina
sulla traccia inedita,
ne vede la figura
lontana
in fotografia.
Sente il sole che l’attraversa
come uno spettro.

E perché la pena sia meno impetuosa
finge che lui
sia andato morendo.
Lei vive invece
con la metà che le resta
metà persona e metà dolore.

Lei entra in un bar
senza di lui.
Lei davanti alle chiese
vien voglia di entrare
e inginocchiarsi.

Lui l’ha tradita
le ha costruito, intorno alla mente,
questa prigione.

Lei parla con tutti
conta i lampioni, le porte, le pulci
e lo fa lentamente
per far passare i minuti
ma lungo le pertiche della rovina
scendono rapidi solo
ricordi,
splendono e pungono senza avvertire.

Lei fuma appoggiata
al davanzale del suo balcone
lo sguardo di un sole si insinua anche lì
cercando quel lato del letto
intoccabile e sacro.

Lui se n’è andato,
la tazza di tè che si intiepidisce
sul tavolo, sotto il suo naso:
il conto aperto
con l’abbandono.

"No mamma sto bene
davvero, non son troppo magra."

Le balla nel cuore
la promessa d’un uomo.
Lei prega che torni,
ma anche così, nulla
verrà restituito.

Lei stringe i pugni
lei non sente ragioni
lei si sente arrabbiata.
Saperlo capace di dubitare
saperlo incapace di non mollare
le scioglie la mente nella vendetta.

"Scusa sai l’ora?"
ma il suo orologio è là
fermo nel ghiaccio
in cui ha scavato la sua scoperta:
il suo uomo partito
non era mai arrivato.

Allora salpare
tornare
“voglio una vita spericolata”

e vende il perdono alla libertà.


mercoledì 7 dicembre 2016

MANCO UN GRAZIE?


Sono stata dal medico, e nell'entrare in ambulatorio ho temuto che mi leggesse in faccia il mio NO, e per questo mi prescrivesse della cicuta invece dell'antinfiammatorio. Per lo stesso motivo, non credo che andrò a prendere la pizza per un po', non manderò mia figlia a scuola fino a carnevale, non sarò invitata ai cenoni di capodanno.

Se mi piace Salvini? Se voto come Brunetta? Ma io manco so che faccia abbiano Salvini e Brunetta. Se loro votano come me, beh, o sono diventati compagni, o come sempre inseguono un interesse.
Io ho altri interessi, e non mi faccio ricattare.

Io il mio No lo conosco bene, e non mi importa se i peggiori ci mettono sopra il loro cappello, se mi venite a dire che ho personalizzato il voto contro Renzi, che c'è Grillo dietro l'angolo, che ho mandato a monte il vostro Rinascimento.
Posso rispondere a ciascuna di queste cose.
Ma il mio punto è un altro.

NO, la Costituzione non si tocca, e se si tocca lo si fa in modo condiviso, non per iniziativa di un governo.
Sono romantica nei confronti della Costituzione italiana, ma non per romanticismo ho votato No, e non per romanticismo scrivo queste righe.

In realtà non scriverò nulla che non si possa tranquillamente trovare su un banalissimo manuale di educazione civica.

Mi stupisco piuttosto di voi, che odiavate Berlusconi, ma lasciate che Renzi gli metta a punto il programma, che temevate colpi di mano delle destre, ma li lasciate compiere ad un altro solo perché il suo volto e il suo stile sono più simili ai vostri.

Detesto la società che mi si è costruita intorno nei decenni che stanno trascorrendo, non ho molta fiducia in un futuro migliore, ma per malattia o per amore io non posso togliermi di dosso alcune cose: la fede (nell'uomo, che nella mia religione è Dio), e la rabbia.

E poche cose mi fanno più arrabbiare di chi tocca la Costituzione dicendo “Tranquilli, non è niente, questione di virgole...”
Poche cose mi fanno più arrabbiare di una sanità che si sbriciola, di una scuola vuota, nozionistica, stupida, di lavoratori schiavi, senza dignità, senza il senso di contribuire a qualcosa (il senso, non l'illusione), di un popolo di egoisti e narcisistici incompetenti.
Poche cose mi fanno più rabbia dell'arroganza del potere.
Ma forse niente mi fa arrabbiare più del paternalismo.

Perciò ecco l'argomento più paternalistico che ho sentito in giro: la “governabilità”.
È praticamente da sempre che la governabilità mi perseguita come un incubo.

Ho un ricordo in proposito, indelebile: il mio primo voto, quando perdemmo il nobilissimo proporzionale (che si poteva correggere, e le proposte c'erano).
Votammo No in 10 o 12 (la maggior parte di questi li conosco), fu una ferita che mai si rimarginò. Ogni volta che vado a votare, io mi sento quella ferita che si riapre.

Posso dire che siamo un paese diviso fin dal referendum monarchia-repubblica? Io non c'ero, sia chiaro, ma so che vincemmo per un soffio.

Questo della divisione è un problema genetico, un problema che non risolvi mettendo a tacere metà della popolazione in nome di una cosa orribile come la governabilità.

"Governabilità" è come tagliare una mela in quattro e buttarne via un pezzo perché non si è capaci di dividerla in tre.

Se una cosa è ingovernabile avrà i suoi bei motivi.

Ed ecco la pars costruens. Auspico una divisione longitudinale dell'Italia a metà: da un lato i reazionari, capitalisti e liberisti selvaggi, dall'altro i rivoluzionari che discutono cercando di capirsi, in mezzo i moderati.
In pratica una divisione tra buoni e cattivi, con in mezzo gli sciocchi, gli opportunisti, i pigri di cervello, che vanno un po' di qua e un po' di là, doppia cittadinanza, ma senza poter votare né qui né lì, in punizione.

Oppure, ecco, io vorrei che il paese fosse rappresentato, diviso, sciocco, razzista, ma rappresentato.
E preferisco cento nemici eletti, contro cui battersi, ma specchio del paese, a un solo Gesù Cristo che dirige il traffico con manipolazioni alle regole, piccole scorrettezze, molta ipocrisia e con paternalismo, togliendomi la libertà di pensare e di scegliere.
Perché a quella si rinuncia una volta e poi per sempre.

Io non voglio andarmene in giro con lo stigma del No, non voglio sentirmi odiata per avere esercitato la mia libertà, guai a voi per quest’odio, perché non vi rende diversi da coloro che tanto temete.

No è quella parola che serve a fermare la tazza che cade. No lo dico quando mi arriva una cattiva notizia, lo penso quando so che ho di fronte la strada sbagliata, lo grido quando mi sta arrivando in faccia un treno di merda.
E quel No spesso non mi salva, perché la frana è oltre il punto di non ritorno, ma è la mia parola dentro, e se in quell'istante potessi farla diventare di pietra, lo farei.
Il NO salva dalla resa.

Ci si vede per un brindisi sull'Appennino.




lunedì 28 novembre 2016

PROMESSE


C’è questo posto che frequento, il parco dei cani. Un grande spazio tra una porta romana e una radura di merde e piccioni.
Oggi è soprattutto fango. Libero il cane.
Da lontano, scomparsa dentro il canalone fatto di erbaccia e resti sparsi di rovine romane, vedo e non vedo mia figlia, rigorosamente unica presenza infantile di questo spazio occupato per metà da sderenati che qui hanno montato le igloo per ripararsi, drogarsi e abitare, e per metà da cani corridori e dai loro padroni verticali.

Unica bimba, appare e scompare, piccola figura divorata di grandezze vuote in cui di rado un bimbo urbano è immerso.
Ti guardo, quaranta minuti di gioco perduta nella tua fantasia animata, di gesti, di voci che da qui solo immagino pronunciare battute dal tuo copione di drammi; impugni qualcosa, cerchi il niente nel niente.
Ti guardo, ti ammiro, unica bimba, che sono le due e mezza e non hai ancora pranzato, mentre a me mi ha lasciato una birra un tizio che ha detto Non la finisco e non voglio sprecarla, ti va? Certo che mi va amico.
Ed è un miracolo che nel frigo ci aspetti un pranzo vero.

Il cane corre nelle pozzanghere. Vacci anche tu bambina, mentre non vedo, schizza quell'infimo raggio di mondo. Penso che siamo qui a rendervi infelici bambini, cani.
Guardo te, movimentata, sarai qualcosa tipo miss gambe al liceo. Farai il liceo? O scapperai prima?
Che futuro ti ho dato? Che cosa ti avevo promesso?
Parlotti e canticchi, all’improvviso spalanchi le braccia e voli, le corse su e giù per il piccolo canyon disegnano una grotta per i tuoi personaggi.
Un padrone lancia la palla al suo cane, palla missione di vita.

Eccoci qui.
In questo posto vuoto, spesso, mi vedo da lontano, vedo queste mie domeniche famigliari fatte di me e di te bambina.
Questa mattina abbiamo tagliato i capelli allo zio, che non è tuo zio per il vero, ma io non faccio che dirti che lui è speciale, di fidarti sempre di lui più che di chiunque, che lui è diverso.
Questa è la tua famiglia, questo è ciò che ho costruito per te, un’architettura imprecisa di liane più che di scale, e dentro a questo disegno indefinito a noi ci passano le giornate: non ci organizziamo molto, hai una madre senza macchina e con la schiena di vetro, non hai fratelli o sorelle, però hai un cane, e non è poco.

Questa nostra vita fa acqua da tutte le parti, lo ammetto, ma c’è sempre un momento in cui la tua mano entra nella mia, e ci facciamo invincibili.
Ho pensato di potertela tessere una famiglia intorno, ma non posso, questo è il tuo mondo, persone che vanno e vengono, ci sono io, ferma per te, dovrà bastarti.

Hai vissuto come promesse le possibilità. Ebbene, va fatto.
Doveva andare diversamente, non so come spiegartelo, non so che dire, solo che non è andata come pensavo.
Ma ti ammiro bambina, perché resisti e fruttifichi su questo, sei la pianta che resiste alla siccità, il respiro dopo l’apnea.
Tu sarai diversa figlia, lo vedo io, lo vede il nostro amico, lo sa chi ti conosce.

In questo parco trasparente io mi misuro, qui non ci si aggrappa che all’aria, e l’unico spazio verticale a cui appigliarsi è un pezzo trascurabile di storia, qui non c’è un oggetto a cui chiedere di fingersi risposta, questo posto non ha nome.
La misura resta a terra, ogni volta: è la nostra solitudine.
Fanne tesoro, conoscila, amala e fatti torturare per combatterla, che mai ti vinca.

Non ci sono cattivi in questa storia, non papà, non mamma, né le assenze che vedi. Solo che per noi la vita è questo parco, non bello, non brutto, prosaico, con la porta romana, che ci ricorda da dove veniamo, e gli emarginati al di là di essa, anche loro ci ricordano qualcosa, e sparuti cani e grandi intervalli di terra tra l’erba, il canyon dentro cui scomparire per immaginare, e rifiuti e radi fiori da raccogliere.
Stare qui, passare di qui, per noi la vita è questo spazio da riempire, le promesse non sono che semi, e noi continuiamo a piantare.

lunedì 21 novembre 2016

VERITÀ


Di perfetto c’è solo il silenzio
non un tacere d’altri ma il tuo.

Se solo una goccia di pioggia cadesse su un tetto
se una voce
un aeroplano
una ruota sulla pietra
dovessero disturbarci,
noi scompariremmo.

Perché possiamo vivere soltanto
in compagnia di spiriti,
allungate sui ripiani con il velo della polvere,
nell’intercapedine tra il quadro e la parete,
scendiamo tra l’acqua del rubinetto
code di topi sul pavimento
tremiti delle lenzuola
che frusciano come pagine.
Allora non c’è straccio o battipanni
che ci spazzi via.

Ma scompariremmo
per un sussulto
un “Hurrà! Ecco vi ho viste!”
Noi scompariremmo persino
se qualcuno osasse pronunciarci,
come l’amore
di cui molto si parla,
come le bugie nell’incanto del narrarle,
e noi viviamo ,
nel buio del sonno.