mercoledì 27 luglio 2016


PUNTATA 8

TORNA ALLA PUNTATA
SETTE


VAI ALLA PUNTATA




E quale colpa ne avevano i miei figli?
Non dico che non mi sia scappato un ceffone o due quando facevano troppi capricci, o se ero in sindrome premestruale, ma ucciderli no, non ho mai pensato di poterlo fare, per quanto nervoso potessero tirarmi fuori, non era come la rabbia che mi aveva scatenato lui.

Tutte quelle donne che se la prendono coi figli, mah, ho la sensazione che semplicemente all’ultimo sbaglino bersaglio.
Quando dicono a se stesse “io devo, devo uscire da questo”, o quello che dicono a se stesse prima di ammazzare un figlio, non stanno cercando il vero colpevole, stanno solo fuggendo.
Perché un colpevole c’è, è quello lì che ti ha messa incinta e poi ha creduto che tutto potesse filare liscio come prima.

Non lui in particolare, non quell’uomo, forse un altro, forse tutti loro. Non hanno capito, non hanno digerito. Che noi non siamo quelle di una volta, non ci puoi un bel giorno svuotare la testa e metterci dentro i figli. C’è spazio appena per noi. Non ci puoi annientare in un giorno.
Com’è che la raccontano in giro? Il giorno del parto muore una donna e nasce una mamma... Una cosa del genere.
Roba da matti. Esecuzione in ostetricia.

Guardaci per strada, guarda se non siamo le più belle creature in circolazione, guarda se non camminiamo sempre con il mondo in testa. Noi andiamo come salendo una scala, come soffiando vento.
Tu metti un uomo di fronte a una donna. Vedrai nel volto di lui, sulla sua fronte, finire il mondo, fermarsi su quella barriera. Ma negli occhi di lei quello stesso mondo lo vedrai prendere vita, sollevarsi e respirare, vedrai sul suo profilo volare le idee e correre la vita.

Lui si innamora, certo che si innamora, guardati, ti vuole come solo un uomo può volere. E a te questo piace, guardi il suo pomo d’Adamo muoversi mentre parla, ami la voce calma, osservi il suo avambraccio uscire dalla camicia, sembra forte, sembra che possa tutto con quel solo avambraccio, prenderti, sollevarti, trattenerti. È quello che fa, e non sai cosa ci sia in quella stretta che ti toglie il respiro, una specie di droga.
Ah gli uomini sono fantastici, sono come le bestie.
Li amiamo per questo.
Ti piace come ti guarda, ti sembra che ti metta incinta guardandoti.
Ed è meraviglioso, perché a volte è esattamente così che accade. È l’amore. I figli si fanno così.

Eccoli lì. Altri esseri umani, abbiamo fatto solo questo, abbiamo fatto l’amore.
Eppure arrivi in sala parto e sono già tutti pronti a fucilarti, a strappare un pezzo della donna che muore, tutti a guardare quanto ci metterai a estinguerti, e a te non resta che prenderti il tempo che ti va, tempo che, ancora non lo sai, passerai a prendere le misure della tana che stavate costruendo per te.
Era una fossa.

Un colpevole c’è, è tuo marito, è il maestro di scuola, è l’infermiera, è chiunque non ti difenda da questo.
Allora è con lui che bisogna prendersela. Lui che ha reso quella stretta d’amore la serratura di una gabbia, senza allenare il muscolo a trattenerti per il senso di un possesso del cuore, ma trasformandolo in una fissità da statua, per un semplice possesso del corpo.
Un corpo che adesso ha nome "famiglia".


...CONTINUA




mercoledì 20 luglio 2016


PUNTATA 7


TORNA ALLA PUNTATA
SEI



VAI ALLA PUNTATA



Ho scoperto di amare il silenzio quando hanno cominciato a parlarmi tutti insieme.
L’unico modo per sopportare il casino, per me, era ubriacarmi.
Così ho cominciato a bere, tutte le sere una birra, due birre, mezza bottiglia di Grignolino, e poi ho cominciato a farlo un po’ prima di sera, i pomeriggi, soprattutto d’inverno, quando il buio arriva alle cinque.
Non ero mai ubriaca fradicia, solo più calma. 

Riuscivo a sentire di nuovo la musica, una musica dentro di me, a volte era una banda di paese, altre volte il country americano, più spesso era una lenta e malinconica ballata folk.
Concerti interi dentro me, mentre fuori infuriavano figli e mariti che non trovavano cose, che avevano fame, che avevano problemi, che desideravano oggetti da acquistare, piangevano, brontolavano, litigavano, mi davano della matta.

Chissà, matta lo stavo diventando per davvero, forse. Di sicuro molti ora lo pensano.
Ma esiste un diritto domestico, come una carta dei diritti tracciata solo nella nostra mente, e andrebbe scritta nero su bianco, per fare veramente luce su vicende come la mia. Andrebbe fatto, prima che tutto sbrachi.
Perché io non sono l’unica, né la prima, a non aver resistito.

Io non sono strana, né matta. Non sono mai stata estrema, non sono appartenuta a una qualche categoria di madri o di mogli, non sono stata tra le madri perfette, le cosiddette naziste, che proibiscono cartoni e caramelle, sono solo stata una madre buona, non brava.
Non ero di quelle che “non si sgarra”, che fanno dormire da soli i bambini piccoli, che quando è no è no. Ero più “forse”, “domani”, “vediamo”.
E di certo non ero ossessiva, magari un poco isterica, ma chi non lo è un po’, via.
Non facevo parte di nessuna setta, di quelle che non prendono medicine, non mangiano polli, non parlano forte. Non abbracciavo alberi, non facevo saluti al sole.
Io ero un tipo medio, una conformista, istruzione decente, qualche lavoro persino gratificante nel mio passato, avevo amici, avevo la patente, prendevo gli aerei, ho fatto analisi, ho ballato ai concerti.
Ascolto musica, leggo libri, una volta andavo anche nei musei.
Qualche volta il parrucchiere, il caffè con le amiche, la dieta a maggio, prima di andare al mare.
La tipica persona di cui i vicini si fidano.
Nulla faceva di me un personaggio imprevedibile, qualcuno da cui aspettarsi il grande botto.

Scommetto che adesso vi aspettate che vi dica che li ho fatti fuori tutti.
Perché mai avrei dovuto prendermela con loro?
No, non tutti, soltanto lui.


...CONTINUA



mercoledì 13 luglio 2016


PUNTATA 6


TORNA ALLA PUNTATA
CINQUE



VAI ALLA PUNTATA




Qualche padre, ai giardini, qualche padre disoccupato forse, si mescolava come una feluca in mezzo alla flotta di madri.
Beh, a loro non importava molto parlare di parto e allattamento, difficilmente avevano il mal di schiena, quel mal di schiena, non sputavano fuori sentenze su  come fare coi figli. Avere a che fare con loro era molto più piacevole che avere a che fare con le madri e le nonne.

Per me è sempre stato così, ho sempre trovato più piacevoli gli uomini, più divertenti e rilassanti. Hanno una libertà in corpo, un’anima ruvida e refrattaria, che li difende dal diventare scarafaggi. Loro ingrassano, perdono i capelli, diventano più placidi, non scarafaggi.
Io non odio gli uomini perché ho odiato vivere con uno di loro, io li invidio da lontano.
Per la loro libertà.
Ciò che loro possono, e noi no.

A cominciare dall’avere una band al liceo. Non che nessuno me l’abbia impedito. Eppure è lui quello che l’ha avuta, mica tu.
In fondo lui può anche prendere e andarsene un giorno, fare la valigia e sparire da casa.
Lui è quello che lavora, tu hai avuto figli.
Per carità, se lo tenga stretto il suo lavoro da schiavo. È quella schiavitù che lo appanna, che lo affumica, che lo esclude per sempre dalla grazia divina che è toccata a te.

E tu, che tu abbia un lavoro oppure no, tu hai avuto figli, a te il parto, a te l’amore, e tutto il pacchetto della grazia divina.
E allora perché tenerseli accanto questi scimmioni che hanno chiuso il loro arco di significato il giorno che ci hanno ingravidate? Per il loro stipendio?
Si fotta lo stipendio e tutta quanta la banca.

Siamo ancora lì, diciamo la verità, è la questione del lavoro. La madre che lavora, la madre che non lavora.
Due schiave maledette, due dannate, una dallinferno delle corse tra ufficio e casa, una cosa impietosa, imbevuta di senso di colpa e fitte da separazione, una vita sui tram, lenti e in ritardo, che dovrebbero portarla a casa. E l’altra, la casalinga, dannata dal lavoro del marito... La sua incapacità di produrre reddito le è imputata come capo d’accusa, la sera, quando è stanca, una sentenza di colpevolezza lì tra gli oggetti di casa, dove tutto si disfa quotidianamente, e la condanna è solitudine, esclusione, una vita ai giardini.
Dio le scampi da queste due vite.


...CONTINUA

mercoledì 6 luglio 2016


PUNTATA 5


TORNA ALLA PUNTATA
VAI ALLA PUNTATA


C’erano in circolazione mamme di ogni tipo, quelle che la cioccolata guai, quelle che ne avevano tre e ne volevano quattro, quelle che tv tutto il giorno e quelle senza la tv, quelle non correre che cadi, che le vedevi balzare sulla panchina, quelle che ai giardini infilavano gli occhiali scuri e si mettevano a leggere. Quelle di quarant’anni, quelle che lascialo piangere, quelle al telefono con mamma, e quelle che stavano allattando figli di due anni, quelle che sembravano gazzelle, e quelle che non ce la facevano, col mal di schiena che gli si piantava in mezzo agli occhi, tra le ciglia, con una ruga profonda.

Solo oggi ho capito che tutte quelle cose che queste mamme dicevano non valevano niente, che cosa fosse meglio mangiare, quanti cartoni al giorno, se dovessero dormire da soli o con i genitori.
Tutte stronzate, una peggio dell’altra.

Ognuna di loro stava solo cercando di alleviare i propri dolori. L’aver partorito, che hanno un bel dire che si dimentica, ma non è così, lo si ricorda tutta la vita, tant’è che appena possiamo tutte giù col racconto del nostro parto. Chi in piedi, chi seduta, chi in acqua, in taxi...
L’aver allattato, tenuto in braccio, consolato. Questa sofferenza andava condivisa, alleviata, scaricata sulla coscienza delle altre, lì ai giardini.
Chissà perché le donne si odiano a tal punto.

C’erano anche nonne, ai giardini, rapaci pronti a tutto in un mondo nemico.
Per loro i bambini, ancora neonati, prendevano i “vizietti”, erano buoni e cattivi, e comunque sarebbero stati per sempre di vetro. Li vedevi arrivare nei passeggini, nelle carrozzine, negli ovetti, e lì sarebbero restati.
Anche le nonne in fondo facevano quello che potevano, ma con più protervia. Anche loro avevano idee, c’erano quelle rigide, niente rutti a tavola, e si mangia tutto, e quelle morbide, se non vuoi la carne ti dò il panettone, purché mangi. 
Per lo più pensavano a nutrire, non sapevano né giocare né insegnare, erano più stressate delle loro figlie.
Nulla di quelle antiche nonne che raccontavano fiabe russe, e facevano vecchi giochi con le mani. Del resto queste qui non erano che le figlie delle nostre nonne, erano le nuove nonne come noi eravamo le nuove mamme.

E anche in loro quel dolore taciturno, vietato più d’ogni altro, si sfogava in qualche racconto violento, qualcosa del passato, una conoscente col figlio morto chissà come, un ricordo truce di fame e botte, scaricare un’angoscia atavica sulla prima passante sotto mano.

Perché?
Mi sono fatta l’idea che sia perché il mondo sa che il dolore di ciascuno è unico, e non fa che cercare di rispettarlo, alleviarlo, curarlo, ma non ammette che lo sia quello delle madri.
No, quello è un dolore soltanto, uniforme, per il mondo, un solo grande pentolone di sofferenza dalla faccia gentile, nulla su cui ci sia molto da scoprire.

E così, quel che noi sappiamo, da madri, quel che conosciamo nei nostri incubi, quel che ancora tratteniamo nelle notti dei nostri parti, è solo nostro, e fuoriesce come una lava appiccicosa dalla nostra bocca, senza che lo vogliamo.
Il mondo continua ad amare, venerare, le madri coraggio. È il solo modo per non vedere il vero dolore di essere madre.


...CONTINUA




mercoledì 29 giugno 2016


PUNTATA 4


TORNA ALLA PUNTATA
TRE



VAI ALLA PUNTATA



Ah se potessimo spiegare ai nostri figli perché sbagliamo. Se potessimo scrivergli una lettera ed essere capiti, magari perdonati.
Ma non servirebbe a niente. Il danno è fatto, qualsiasi spiegazione non li ripagherà di quellurlata di troppo, di quello sguardo di quando non possiamo più sopportare la loro vista, che ce li tolgano di davanti.

Che poi le cose non stanno veramente così, noi li vorremmo sempre con noi, solo non con i loro capricci, i loro pasticci.
Vorremmo che facessero quello che gli comandiamo. E ne ho visti di bambini che lo facevano, ne ho visti di soldatini, lo giuro. “Mettiti le scarpe” e mettevano le scarpe, “Vieni andiamo” e questi andavano.
I miei no, sarà colpa mia. Un po’ di più il primo, ma la seconda non se ne parlava.
È sempre stata una guerra con lei.

Se avessi potuto, allora, quando erano piccoli, spiegarle i miei errori, come potrei fare adesso, con parole da adulto, quelle parole che spiegano e non risarciscono.
Allora non poteva capirmi, adesso invece sì, potrebbe...
Ma adesso sarebbe inutile, gli errori ormai sono stati commessi, irreparabilmente.

Chissà quante cose sono scappate di mano, un’ora di nascondino negata, una sciocchezza sfuggita di bocca, un senso di colpa messo lì a tavola, per cena, un po’ di inadeguatezza a colazione, insicurezze per merenda.
Cose che li consumeranno, in un modo o nell’altro li uccideranno.
Per fortuna, perdonare, loro perdonano.

Lui non sembrava avere di questi problemi, lui eseguiva, per lo più alla cazzo di cane. Non credo si facesse domande, non credo cercasse di parlare con loro, di capirli o di farsi capire.
Non parlava con me, non parlava con loro, con chi parlava?
Con le altre madri? Con gli altri padri? Ma soprattutto, di che cosa parlava?
Di calcio forse, e di soldi. Ogni uomo vorrebbe farne a palate, e vive in attesa di quel giorno. Allora quando avrà accumulato una fortuna, forse, riuscirà a occuparsi di essere felice.

Certe volte, persino verso la fine, mi capitava ancora di pensare che fosse qualcosa in più di un bisonte scemo, all’improvviso vedevo la luce che lo aveva attraversato quando me n’ero innamorata.
Era inspiegabile quella luce, era qualcosa che non avrei saputo dire da dove venisse, né allora né lì sul finire, agli sgoccioli della nostra vita insieme.

Fu in uno di questi momenti che qualcosa finì con lo spezzarsi per sempre. Erano giorni buoni, un livello dignitoso di tolleranza. Qualche scricchiolio trattenuto, il solito lasciar correre, lasciar passare, per andare a intasare giù in fondo la strettoia dei regolamenti di conti.
Mi ero spinta a un sorriso, una sera, comparendo dietro al bagliore blu del suo computer, una mano sfiorata. Forse un... “ti amo” poteva essere sul punto di essere pronunciato.
Il suo volto azzurro non si mobilitò che per inseguire un pugno di pixel in movimento, l’occhio fisso in profondità sullo schermo.

In quell’istante, credo, mi si è disvelata la natura di quella luce, il chiarore che l’aveva illuminato in passato, anche quando lo avevo amato: era il riflesso di me.

Era quello il nostro sistema solare, in cui una sola luce animava il contorno di entrambi.
Era così che nel mio pensiero quello che credevo essere il numero due si era trasformato.
Si chiama sistema binario, ma si conta fino a uno. 
Scoprivo che quei due numeri, quei bastoni di binario, portavano a una semplice classificazione gerarchica: il distintivo di vice capo, quello di un numero due, se l’era guadagnato lui.


...CONTINUA


venerdì 24 giugno 2016

STANOTTE


Qualcuno stanotte
sta morendo
in un ospedale,
nelle viscere della città.

Come qualche anno fa
mentre c’erano i fuochi
le luci i botti la gente
la festa,
mentre si muoveva la folla,

qualcuno moriva
lento
fermo
moriva
e moriva
morendo per sempre.

Anche stanotte c’è qualcuno che muore.
Chi è.
Dove sono i parenti, dove corrono.
Come si muovono.
Come si sono organizzati
per Domani?
Cosa stanno pensando?
Come il cuore gli batte nel petto.
Come stanno ancora ritti sulle gambe.

Non c’è comprensione per i vivi
che devono correre a vivere
mentre la morte non li lascia più.

Io so che qualcuno stanotte sta morendo,
dice "Vivete"
e vivremo.


mercoledì 22 giugno 2016


PUNTATA 3


TORNA ALLA PUNTATA
DUE


VAI ALLA PUNTATA


A volte mi domando se quello scarafaggio nello specchio sono io.
Non mi sono svegliata così dalla sera alla mattina. Il mio caso è diverso.
Io m’accorgevo benissimo di cosa stava capitando. Mentre cantavo l’ennesima ninna nanna, mentre scivolavo via quatta quatta dalla stanza, mentre ascoltavo il nostro silenzio nella sera.

Allora lì, abbattuta sul divano, con il ricordo di me negli occhi, e di ciò che avrei dovuto essere secondo lo specchio di allora, ritornavo a pensare agli amici, alle nostre vacanze, ai miei amori, alla mia primavera.
E sentivo rumori di fondo, voci, persino musiche.
Allora mi accorgevo che quel silenzio era lui.

Il giorno dopo andavo a prendere i bambini a scuola, e guardavo intorno a me le mamme, che si accalcavano e parlavano tra loro, le vere mamme. E mi sembrava di non aver nessuno con cui parlare, nessuna di quelle signore, di quelle donne, poteva minimamente immaginare ciò che prima ero stata.
Due parole le scambiavo anche io, un sorriso, qualche volta sono anche stata a casa loro.

Ma non ho mai pensato che dentro le loro case, la sera, si ascoltasse questo silenzio che ancora non si è spento, quello in cui io cominciavo a rimpiangere, ad andare all’indietro nel tempo, a concepire accuse e processi.
È stato in quelle sere che, gradualmente, lentamente, sono diventata scarafaggio, mi sono incurvata.

Certo, invecchiare bisogna invecchiare, e chi dice niente. Ma io mi stavo trasformando in qualcos’altro, forse in una di quelle mamme. Forse nella loro imitazione.
Devo dire che è stato impossibile, anche dopo aver dato la giravolta al tavolo, tornare indietro da quella metamorfosi nello specchio, è stato impossibile mettere fine a quel silenzio.

Sì, certe sere di solitudine tocca ammetterlo, non è stata una ventata d’allegria quella che è venuta dopo la mia decisione.


...CONTINUA


mercoledì 15 giugno 2016


PUNTATA 2



TORNA ALLA PUNTATA
VAI ALLA PUNTATA 
TRE



È pazzesco, passi una vita a tenere insieme le cose per non deludere i bambini, e poi gli spezzi il cuore così... Eh no, vista così certo che non ha senso.
Guardaci oggi, separati da abissi, la madre, il padre, i figli, ciascuno solo dentro a un suo destino misterioso.

Morire, bisogna morire.
Ma chi l’ha detto che una donna deve morire così, stritolata? Soccombere schiacciata sotto il peso di tutta la maledetta storia?
Perché ogni mattino che Iddio ha mandato su questa terra io ho dovuto svegliare, tirare giù, nutrire, pisciare, lavare e incartare due figli, per anni, preparandoli bene affinché potessero affrontare la giornata a testa alta, mentre lui, un uomo come tanti, ciondolava dal cesso alla cucina scorreggiando e grattandosi le palle in cerca della voglia di vivere?

Uscendo di casa non si sono congelati il culo, questo perché io ho pensato a vestirli, e io gli ho insegnato a farlo da soli, e non hanno azzannato la merenda al vicino di banco, perché io li ho nutriti. Hanno conservato la dignità dentro un paio di mutande asciutte, non sono finiti sotto al tram, non sono arrivati tardi a scuola, sono diventati grandi e forti, perché io, soltanto io, ho diretto questa loro vita, ho permesso loro di farlo, sopravvivendo e imparando.
E questo si può farlo solo se c’è qualcuno che pensa costantemente a loro, fuori e dentro casa, giorno e notte, lontani o vicini.

E lui? Lui dov’era? Forse non era lì accanto? Oh, c’era eccome, era lì e osservava tutto, muovendosi goffamente come una scimmia che cerca di imitarti, eseguendo ordini.
Ha fatto qualcosa anche lui, certo, deve averli portati a scuola qualche volta, deve averli soccorsi dopo una caduta, e se è per questo ha cambiato pannolini e preparato pappette, ha lavato denti e comprato figurine.
Era come eterodiretto. Me lo ricordo, mi guardava imbambolato, con la paura di sbagliare forse.
Ma non era questo, non era la quantità di cose da fare, o la velocità e la precisione con cui dovevano essere fatte. Era quel suo guardare attonito, quel suo rispondere “non so”, col mento contratto e la bocca all’insù, come se tutto questo non lo riguardasse.

Pare che i padri di oggi non sappiano sgridare.
In compenso ci sono mamme che si spappolano la dentiera a forza di digrignare denti, che vanno masticando e scaracchiando boli di fiele, che bestemmiano per una briciola sul divano.

Ricordo di avere pensato: basterò io.
Ho parlato da sola tanto a lungo, ma tanto a lungo.
Chissà perché non si era accorto di quanto bestemmiassi io. Non è che accada per caso, poi, che uno perda la tramontana. Non si può cadere dalle nuvole.
È  molto triste, lo so, che due che si divertivano insieme la sera finiscano così come siamo finiti noi.
Ma sgridare, bisogna sgridare.

...CONTINUA


mercoledì 8 giugno 2016




PUNTATA 1


TORNA ALLA PUNTATA



VAI ALLA PUNTATA

Le cose vanno così, si dice, nessuno ha colpa. Ma io non lo so, non è che si possa sempre lasciar andare tutto, senza fiatare.
Quello è lasciarsi convincere. 
In fondo in fondo è tutta la vita che ci provano. E allora, anche su questo, viene gente a chiedermi se ho cambiato idea su di lui, se tornerei indietro.
No, non credo proprio.
Certo che dispiace, per i ragazzi, per quello che poi tutti ti ricordano quando dicono: “Pensare che sembravano così affiatati...”

Non dico che non ci si senta in colpa, che non si abbiano ripensamenti, non dico che sia facile, dopo, tirare avanti, quando i tuoi risultati ti guardano, ti rimproverano. Quando il mondo intero, ma sì, diciamolo pure, è il mondo intero a biasimarti. Tu sei il mostro che ha dato un calcio alla famiglia.
Ma allora, in quel mondo da cui era sparita la comprensione, davvero non restava altro.
Quei ragazzi erano immobilizzati in una pasta densa, la nebbia di casa, i genitori che non si amano più.

I figli, da quando ti finiscono in braccio, fanno nascere una nuova vita in te, un germoglio che coltiverai con apprensione, con tutta la cura di cui sei capace.
Germogli che piangono, strillano, ciucciano, scarnificandoti. Germogli che più guadagnano chili, più ti piegano la schiena, germogli che ti chiedono di sapere le cose, di dare spiegazioni, di prendere decisioni.

Non è che uno lo scopre tutto d’un botto, no, ci vogliono anni, di solito. Perché, di solito, qualcuno che ti sbatte una mano sulle tette la notte, prima di addormentarsi, dà l’idea, almeno ai più, di uno che ti vuole, che persino ti ama, forse.
E poi in fondo è sempre lì, mica se ne va, mica è mai sparito senza dirti nulla, non si è giocato i risparmi di famiglia, non ha mai alzato un dito men che mite su di te. Non gli si può rimproverare nulla, in fondo.
Qualcosa andava fatto, qualche decisione andava presa.

E poi, alla fine, è ovvio che il colpevole è quello che decide. Colpevole per tutti, per le vittime, per i vicini, per le famiglie coinvolte. Non si può avere troppa indulgenza per questo genere di intemperanze.
Nessuna attenuante, non c’è stronzata che tenga, di tutte quelle che ha fatto. Neppure il giorno che gli hai chiesto una tachipirina e ti ha messo lì un lassativo. Non sono cose che vengano prese in considerazione da giudici e avvocati, nel bilancio dei colpevoli conta solo chi ha preso l’iniziativa, chi ha messo la parola fine.
Non discuto questo, non mi stupisce che gli amici si siano schierati con quel poveretto e nessuno, nessuno, sia restato accanto a me, mi sia mai venuto a trovare una volta.
Voglio solo dire che vivere in quel modo era come morire.

...CONTINUA


venerdì 3 giugno 2016


PUNTATA ZERO



VAI ALLA PUNTATA 






No, non si tiene così.
Una mano la devi tenere sempre qui, vedi? Per tenergli la gambina, così se ti scivola lo afferri da lì.
Oh, io ce ne ho messo di tempo a tenere in braccio un bambino, dico uno appena nato, uno di questi.
Certo che si addormentano come niente... guarda lì.
Nulla a che vedere con i miei, i miei non dormivano mai. E allora sì che era una fatica, in casa era una guerra per accaparrarsi minuti di sonno.

Perché dormire, bisogna dormire.

Quante volte gliel’ho detto che doveva alzarsi anche lui, la notte, sostituirmi qualche volta, e poi la mattina, per portarli all’asilo, a scuola...
E invece così era come essere soli. Peggio, perché quando sei sola, almeno, te ne accorgi, te ne fai una ragione, come me oggi.
Ti ci scavi un’impronta singola, a tua misura.

A pensarci bene, anche prima che arrivasse il sonno, dico anche prima dei figli, quando eravamo in due, io e lui soltanto, ho come la sensazione che anche allora ci fossi soltanto io.
Io, io, io.
Ero io a volere le vacanze con la tenda sotto il cielo, ero io a fare allegria, la sera a cena, a parlare di futuro, a dire “ti amo”. Ero io a pensare all’amore.

E adesso guardami, asciutta come una spugna al sole.
Oggi ormai, fresca di menopausa, i figli altrove, non sembra neanche vero, ma era importante, l’amore era importante.
C’è stato sicuramente un momento, una lunga stagione direi, in cui quella cosa lì era tutto.
Lo diceva ogni canzone, ogni parola pronunciata, ogni stella della notte lo diceva. Mi premeva solamente sapere quando lo avrei rivisto, se dormiva con me, se conosceva donne più belle di me.

Lavoro? Carriera? Figli? Casa?
Ah! Mi faccio una gran risata.
Ma che cosa erano? Cose per le nostre madri.
Io dovevo girare l’Europa in autostop, Budapest, Lisbona, Stoccolma! Macché Europa... Il mondo intero! Dakar, La Havana, Rio! E il tempo si fermava lì, non c’era altro a cui pensare, dopo.

Dopo era un contenitore infinito di cui non c’era bisogno di parlare adesso. Futuro era questo, futuro era il vento, dietro la porta, il futuro era un luccichio in fondo alla strada.
Mica una casa da costruire.
Quella era roba per i nostri padri, costruire case. Metter su mattoni, fare sacrifici, ingoiare ghiaia.


...CONTINUA