mercoledì 7 dicembre 2016

MANCO UN GRAZIE?


Sono stata dal medico, e nell'entrare in ambulatorio ho temuto che mi leggesse in faccia il mio NO, e per questo mi prescrivesse della cicuta invece dell'antinfiammatorio. Per lo stesso motivo, non credo che andrò a prendere la pizza per un po', non manderò mia figlia a scuola fino a carnevale, non sarò invitata ai cenoni di capodanno.

Se mi piace Salvini? Se voto come Brunetta? Ma io manco so che faccia abbiano Salvini e Brunetta. Se loro votano come me, beh, o sono diventati compagni, o come sempre inseguono un interesse.
Io ho altri interessi, e non mi faccio ricattare.

Io il mio No lo conosco bene, e non mi importa se i peggiori ci mettono sopra il loro cappello, se mi venite a dire che ho personalizzato il voto contro Renzi, che c'è Grillo dietro l'angolo, che ho mandato a monte il vostro Rinascimento.
Posso rispondere a ciascuna di queste cose.
Ma il mio punto è un altro.

NO, la Costituzione non si tocca, e se si tocca lo si fa in modo condiviso, non per iniziativa di un governo.
Sono romantica nei confronti della Costituzione italiana, ma non per romanticismo ho votato No, e non per romanticismo scrivo queste righe.

In realtà non scriverò nulla che non si possa tranquillamente trovare su un banalissimo manuale di educazione civica.

Mi stupisco piuttosto di voi, che odiavate Berlusconi, ma lasciate che Renzi gli metta a punto il programma, che temevate colpi di mano delle destre, ma li lasciate compiere ad un altro solo perché il suo volto e il suo stile sono più simili ai vostri.

Detesto la società che mi si è costruita intorno nei decenni che stanno trascorrendo, non ho molta fiducia in un futuro migliore, ma per malattia o per amore io non posso togliermi di dosso alcune cose: la fede (nell'uomo, che nella mia religione è Dio), e la rabbia.

E poche cose mi fanno più arrabbiare di chi tocca la Costituzione dicendo “Tranquilli, non è niente, questione di virgole...”
Poche cose mi fanno più arrabbiare di una sanità che si sbriciola, di una scuola vuota, nozionistica, stupida, di lavoratori schiavi, senza dignità, senza il senso di contribuire a qualcosa (il senso, non l'illusione), di un popolo di egoisti e narcisistici incompetenti.
Poche cose mi fanno più rabbia dell'arroganza del potere.
Ma forse niente mi fa arrabbiare più del paternalismo.

Perciò ecco l'argomento più paternalistico che ho sentito in giro: la “governabilità”.
È praticamente da sempre che la governabilità mi perseguita come un incubo.

Ho un ricordo in proposito, indelebile: il mio primo voto, quando perdemmo il nobilissimo proporzionale (che si poteva correggere, e le proposte c'erano).
Votammo No in 10 o 12 (la maggior parte di questi li conosco), fu una ferita che mai si rimarginò. Ogni volta che vado a votare, io mi sento quella ferita che si riapre.

Posso dire che siamo un paese diviso fin dal referendum monarchia-repubblica? Io non c'ero, sia chiaro, ma so che vincemmo per un soffio.

Questo della divisione è un problema genetico, un problema che non risolvi mettendo a tacere metà della popolazione in nome di una cosa orribile come la governabilità.

"Governabilità" è come tagliare una mela in quattro e buttarne via un pezzo perché non si è capaci di dividerla in tre.

Se una cosa è ingovernabile avrà i suoi bei motivi.

Ed ecco la pars costruens. Auspico una divisione longitudinale dell'Italia a metà: da un lato i reazionari, capitalisti e liberisti selvaggi, dall'altro i rivoluzionari che discutono cercando di capirsi, in mezzo i moderati.
In pratica una divisione tra buoni e cattivi, con in mezzo gli sciocchi, gli opportunisti, i pigri di cervello, che vanno un po' di qua e un po' di là, doppia cittadinanza, ma senza poter votare né qui né lì, in punizione.

Oppure, ecco, io vorrei che il paese fosse rappresentato, diviso, sciocco, razzista, ma rappresentato.
E preferisco cento nemici eletti, contro cui battersi, ma specchio del paese, a un solo Gesù Cristo che dirige il traffico con manipolazioni alle regole, piccole scorrettezze, molta ipocrisia e con paternalismo, togliendomi la libertà di pensare e di scegliere.
Perché a quella si rinuncia una volta e poi per sempre.

Io non voglio andarmene in giro con lo stigma del No, non voglio sentirmi odiata per avere esercitato la mia libertà, guai a voi per quest’odio, perché non vi rende diversi da coloro che tanto temete.

No è quella parola che serve a fermare la tazza che cade. No lo dico quando mi arriva una cattiva notizia, lo penso quando so che ho di fronte la strada sbagliata, lo grido quando mi sta arrivando in faccia un treno di merda.
E quel No spesso non mi salva, perché la frana è oltre il punto di non ritorno, ma è la mia parola dentro, e se in quell'istante potessi farla diventare di pietra, lo farei.
Il NO salva dalla resa.

Ci si vede per un brindisi sull'Appennino.




lunedì 28 novembre 2016

PROMESSE


C’è questo posto che frequento, il parco dei cani. Un grande spazio tra una porta romana e una radura di merde e piccioni.
Oggi è soprattutto fango. Libero il cane.
Da lontano, scomparsa dentro il canalone fatto di erbaccia e resti sparsi di rovine romane, vedo e non vedo mia figlia, rigorosamente unica presenza infantile di questo spazio occupato per metà da sderenati che qui hanno montato le igloo per ripararsi, drogarsi e abitare, e per metà da cani corridori e dai loro padroni verticali.

Unica bimba, appare e scompare, piccola figura divorata di grandezze vuote in cui di rado un bimbo urbano è immerso.
Ti guardo, quaranta minuti di gioco perduta nella tua fantasia animata, di gesti, di voci che da qui solo immagino pronunciare battute dal tuo copione di drammi; impugni qualcosa, cerchi il niente nel niente.
Ti guardo, ti ammiro, unica bimba, che sono le due e mezza e non hai ancora pranzato, mentre a me mi ha lasciato una birra un tizio che ha detto Non la finisco e non voglio sprecarla, ti va? Certo che mi va amico.
Ed è un miracolo che nel frigo ci aspetti un pranzo vero.

Il cane corre nelle pozzanghere. Vacci anche tu bambina, mentre non vedo, schizza quell'infimo raggio di mondo. Penso che siamo qui a rendervi infelici bambini, cani.
Guardo te, movimentata, sarai qualcosa tipo miss gambe al liceo. Farai il liceo? O scapperai prima?
Che futuro ti ho dato? Che cosa ti avevo promesso?
Parlotti e canticchi, all’improvviso spalanchi le braccia e voli, le corse su e giù per il piccolo canyon disegnano una grotta per i tuoi personaggi.
Un padrone lancia la palla al suo cane, palla missione di vita.

Eccoci qui.
In questo posto vuoto, spesso, mi vedo da lontano, vedo queste mie domeniche famigliari fatte di me e di te bambina.
Questa mattina abbiamo tagliato i capelli allo zio, che non è tuo zio per il vero, ma io non faccio che dirti che lui è speciale, di fidarti sempre di lui più che di chiunque, che lui è diverso.
Questa è la tua famiglia, questo è ciò che ho costruito per te, un’architettura imprecisa di liane più che di scale, e dentro a questo disegno indefinito a noi ci passano le giornate: non ci organizziamo molto, hai una madre senza macchina e con la schiena di vetro, non hai fratelli o sorelle, però hai un cane, e non è poco.

Questa nostra vita fa acqua da tutte le parti, lo ammetto, ma c’è sempre un momento in cui la tua mano entra nella mia, e ci facciamo invincibili.
Ho pensato di potertela tessere una famiglia intorno, ma non posso, questo è il tuo mondo, persone che vanno e vengono, ci sono io, ferma per te, dovrà bastarti.

Hai vissuto come promesse le possibilità. Ebbene, va fatto.
Doveva andare diversamente, non so come spiegartelo, non so che dire, solo che non è andata come pensavo.
Ma ti ammiro bambina, perché resisti e fruttifichi su questo, sei la pianta che resiste alla siccità, il respiro dopo l’apnea.
Tu sarai diversa figlia, lo vedo io, lo vede il nostro amico, lo sa chi ti conosce.

In questo parco trasparente io mi misuro, qui non ci si aggrappa che all’aria, e l’unico spazio verticale a cui appigliarsi è un pezzo trascurabile di storia, qui non c’è un oggetto a cui chiedere di fingersi risposta, questo posto non ha nome.
La misura resta a terra, ogni volta: è la nostra solitudine.
Fanne tesoro, conoscila, amala e fatti torturare per combatterla, che mai ti vinca.

Non ci sono cattivi in questa storia, non papà, non mamma, né le assenze che vedi. Solo che per noi la vita è questo parco, non bello, non brutto, prosaico, con la porta romana, che ci ricorda da dove veniamo, e gli emarginati al di là di essa, anche loro ci ricordano qualcosa, e sparuti cani e grandi intervalli di terra tra l’erba, il canyon dentro cui scomparire per immaginare, e rifiuti e radi fiori da raccogliere.
Stare qui, passare di qui, per noi la vita è questo spazio da riempire, le promesse non sono che semi, e noi continuiamo a piantare.

lunedì 21 novembre 2016

VERITÀ


Di perfetto c’è solo il silenzio
non un tacere d’altri ma il tuo.

Se solo una goccia di pioggia cadesse su un tetto
se una voce
un aeroplano
una ruota sulla pietra
dovessero disturbarci,
noi scompariremmo.

Perché possiamo vivere soltanto
in compagnia di spiriti,
allungate sui ripiani con il velo della polvere,
nell’intercapedine tra il quadro e la parete,
scendiamo tra l’acqua del rubinetto
code di topi sul pavimento
tremiti delle lenzuola
che frusciano come pagine.
Allora non c’è straccio o battipanni
che ci spazzi via.

Ma scompariremmo
per un sussulto
un “Hurrà! Ecco vi ho viste!”
Noi scompariremmo persino
se qualcuno osasse pronunciarci,
come l’amore
di cui molto si parla,
come le bugie nell’incanto del narrarle,
e noi viviamo lì,
nel buio del sonno.


lunedì 14 novembre 2016

DOMENICA


Oggi mi ha telefonato uno, non so se da qui o dall’aldilà, e mi ha detto di coso, com’è che si chiamava?
Due settimane fa. Già bello che sepolto.

I miei amici morti erano tutti un po’ drogati, un po’ alcolisti, un po’ della gentaglia. Sono tutti morti da soli, chi giù dalla finestra, chi accartocciato in fondo al letto, chi ammalato. Tutti colpevoli, tutti stronzissimi, non un avvertimento, un cenno.
Allora io penso che se me ne sto riparato, a me non succede.

Facciamo ordine, c’è un posto per tutto, un cassetto per le brutte notizie, che non è raro che arrivino di domenica, uno per le cose che è meglio dimenticare, che invece te le ricordi benissimo la domenica, uno per le sigarette, che se ne fuma tante la domenica.
Mai che ti trovi ad aprire un cassetto dove hai nascosto dei soldi.

Forse dovrei ammazzarmi, come gli altri.
Io ho sempre fretta: quando è oggi, desidero che sia domani, quando è Natale, penso all’anno prossimo. Sembra veramente che ho fretta: quando è questa vita, penso già a quando non lo sarà più.
E poi visto che è un continuo spendere soldi, se passerà in fretta, potrò risparmiare.

È come l’altra domenica. Perché allora non l’ho fatto l’altra domenica? Ah già, cozze per cena.

Quindi è così che sono sopravvissuto, finora.
Non mi ricordo se son l’ultimo... Qualcuno l’ho certamente dimenticato. È  quando mi arriva la notizia che son morti che me li ricordo.
Ma io aspetto, toccherà anche a me.

Ecco, è domenica, la vicina impazza, ce l’ha col marito che tradisce la dieta e mangia di nascosto. Domenica scorsa era lo stesso. Perché non si lasciano? Lui potrebbe mangiare tutto quello che gli va, i fritti le caramelle i gelati, e lei starebbe finalmente  zitta.
Avrei silenzio la domenica, senza questa sensazione che il mondo fuori va avanti senza di me.

Dovrei telefonare a qualcuno.
No, ché poi mi tocca parlare, non chiamo proprio nessuno, ormai ho litigato con tutti, e quelli con cui non ho litigato la pensano più o meno come me.
Perciò non andrò certo a disturbarli nelle loro tombe.

lunedì 7 novembre 2016

VE LA SIETE CAVATA CON POCO


Ve la siete sempre cavata con poco,
avete detto parole
avete offerto cene
avete mostrato i muscoli o fatto la voce grossa.

Avete mandato canzoni
avete voluto voluto voluto
facendo appello alla forza
per un giorno,
guidando accanto a noi da “Ti porto via”
per una notte,
parlando con noi da “Io ti salverò”
per una volta sola,
e siete rimasti a guardare, solidi,
in attesa.

E così avete avuto il nostro amore, i nostri occhi,
la nostra indulgenza.
Con poco, con poco.

Ma mandare canzoni
non è come scriverle.



lunedì 31 ottobre 2016


L'ISOLA


Qui non c’è niente.
Proprio niente.
Il mondo non manda più neppure un urlo, un battito.
Mondo, batti un colpo.
Niente. Qui tutto continua a oscillare col mare, e niente più.

All’inizio, lo ammetto, era una grande avventura. Fui io a convincerti. E chi lo nega?
Ma oggi è diverso. Certo sì, splende il sole... Come splende questo sole.
Non è che non mi piaccia il sole, anzi, guarda cara, la mia pelle si è anche abituata, non mi brucio più.

All’inizio, cara, era enorme questo mare, ci bastava, ci bastava la promessa che conteneva, bastava a questa casa semplice, bianca, ben riparata dal sole. Bastava ai lunghi giorni di fatiche, nel dolce impegno di amarti.
Allora era abbastanza, fare arrivare l’acqua, far crescere le piante, guadagnarsi ogni anno un mezzo metro d’ombra in più, la risposta a tutto era la fatica. Troppo tempo passato nella malinconia della città.

La odiavamo la città, ci lasciava senza fiato. E senza amore, quando troppa, troppa gente si metteva tra noi abitando il nostro destino.
È nella città che ti ho trovata, avevi poco sole sulla pelle e un tremore nervoso sul labbro.

Poi è arrivata l’isola, ci è fiorita dentro ancora prima che la raggiungessimo noi.
Sì, ora mi ricordo, ricordo perché l’abbiamo voluta, cercata.
Lo so, lo so cara che sei ancora la stessa, lo so che hai messo te nelle mie mani, che i tramonti ancora dicono “domani”.
Oh, perdonami, non potrei mai negare la bellezza dell’isola...

...O forse ci pensi anche tu?

Hai anche tu il sospetto che questa non sia davvero l’isola, ma un fondale dipinto? Una gabbia aperta che imita un’isola.
Lo vedi anche tu? Guarda l’ombra del fico, immobile, ha un occhio inquietante, non ti pare? E il mare, laggiù, dove finisce, là il mare, beh, mormora oltre...
L’isola si è presa le nostre vite, ingannandoci.

La fuga, te la ricordi? Come fu rapida, tanti anni fa cara. Ma come sarebbe lenta, e vile, oggi, per questi flutti. Non credi cara?
Lo so che non vuoi tornare da dove sei venuta. No, neanch’io vorrei.

Ma qui, guardati intorno, non c’è niente da far crescere, non c’è un’altra stagione da scoprire, e non c’è sasso che io non abbia tirato nel mare senza che prima o poi ritornasse alle mie mani.
Ora parlo la lingua di questi pescatori, e i tuoi capelli non sono cambiati di un filo.
Non invecchiamo forse noi cara? Eppure giurerei che proprio di invecchiare si stava parlando, e io voglio, lo voglio, invecchiare.
Qui abbiamo dimenticato tutto.

Ma stanotte l’orizzonte mi spia le budella, mi ha scoperto. Da quando siamo qui non l’avevo mai visto tanto lontano, era sembrato a portata di mano, e invece guardalo là, traditore, come bisbiglia di raggiungerlo ancora una volta.
Non so neppure io dove andare, anch’io qui ho casa e altrove non più. Non ti chiedo di distruggerla, cara, ma solo di viaggiare.


lunedì 24 ottobre 2016

VITA DA CANI


Il veterinario aveva detto che venivi su grande e grossa, 35 chili. Hanno detto border collie, alano, beagle, labrador, pitbull, english pointer, invece sei più uno di quei cani di ceramica nelle scene di caccia. Ma neanche a trovare tartufi sei buona, scavi buche di metri da seppellirci una famiglia, ma non trovi nulla che somigli a una cosa non dico preziosa, ma almeno utile.

A due mesi promettevi bene, ti sognavo atletica, alta, fiera, l’invidia del parco.
Invece stai diventando un Cacciatorino con le gambe, ti allunghi e non ti alzi, somigli tanto al 75 sbarrato col soffietto in mezzo.
In più cammini con l’orgoglio ferito, la testa bassa, la dignità non è che un ricordo atavico, sembra che ti fai schifo da sola, e la cosa non è elegante.
E come se non bastasse, sei pure vigliacca, lo vedo che quando un altro cane fa l’aggressivo, la tua sola strategia è fingerti morta, e resti in quello stato di morte apparente fino a che l’altro non scompare all’orizzonte.

Hai rischiato di chiamarti Girina, e quando è stato pronunciato “Ceci” ho concluso l’asta.
Cecilia? Ma quale Cecilia. A casa mia umani e bestie hanno nomi diversi.
Nessuna Cecilia, è Cecenia. Proprio così. L’amico mio che tu odi, è stato lui a scoprirlo, tu sei un Bracco Ceceno, usato come sminatore sulle montagne del Caucaso. E la faccia ce l’hai.

E poi ci sono gli altri nomi, Cujo, perché al buio voi cani siete tutti assassini, e Bracco Il Cane Stracco, perché sei in realtà un incrocio tra un bracco e un pigro.
E dopo questa, altre qualità in te non ne vedo.

Per il resto, da cane, puzzi da starti lontano, e anche se tu pensi che io ti abbia partorita, tu sei sempre una lurida bestia, concepita nel più brutale dei modi in un fetido angolo di terra, e io sempre da lurida bestia ti tratterò.
Cibo, se ce n’è, niente cappottino d’inverno, coccole quando va a me, botte quando mi fai incazzare. Curerò solo le malattie gravi, non andrò in sbattimento per i tuoi umori, ti abbatterò se morderai qualcuno, è un attimo che ti lego al guard-rail, non avrò riguardi per le tue piccole sofferenze di bestia.

Tra l’altro mi devi un sacco di soldi.

I tuoi occhi tristi, rossi e in discesa, con me non attaccano, volevo solo avvertirti.
Che a dire il vero ci ho anche provato a farmi una chiacchierata con te, su argomenti anche parecchio importanti, ma nulla mi toglie dalla testa che tu non stessi ascoltando.

Questo per dirti che apprezzo la tua amicizia, che a volte mi chiedi troppo amore e gioco, e io non amo giocare, e che non capisci un fico secco di quel che ti dico e questo ti rende perfettamente inutile, ma sai perdonare, gran cosa, buona amica.

Il nuovo bonus video fresco della settimana scorsa
con LUI
e con L’ALTRA



Non so più come dirvelo, Alberto Marotta è un genio, salviamolo dal canile





lunedì 17 ottobre 2016

ALLA NEBBIA


Alla nebbia
opaca
che ancora è buona quando copre
che ancora ci fa galleggiare
se dobbiamo navigare.

Alla nebbia
che maschera
e quasi culla
se sotto a nascondersi si agita
un qualche male.

Alla nebbia di passaggio
che dura un’ora e tiene dormienti
i demoni
che non vedi
che non senti

che ti avranno
presto o tardi.

Alla nebbia di alcuni
che forse vivono bene loro
alla loro nebbia dediti
nella nebbia esausti dal vagare
con gli orologi fermi.

Alla nebbia dunque,
ché anche la mia è qui
e dice taci
e mente
e mi soffia nell’orecchio
la canzone della demenza.

Io nella nebbia mi sveglio la notte
un lupo che mi morde una caviglia
lo sento appena e non lo vedo.
Così non urlo,
perché non ho male,
solo una sottile paura
che tutto finisca
col tacere per sempre.

lunedì 10 ottobre 2016

NON È UN PRANZO DI GALA




Guardate che facce, facce da derubati, violentati, affranti, sfiniti.
Hanno un desiderio che li divora, il desiderio di cambiare, di farla finita con i compromessi, con l’accettazione passiva, chiedono di vincere per una volta la loro sacrosanta battaglia.

E anche quando il tuo ex vivrà alla porta accanto, e saranno pacche sulla spalla, e sarà lui a raccoglierti col cucchiaino per i tuoi sogni infranti, per il tuo cuore spezzato, anche allora, la tua separazione non sarà un pranzo di gala.

Perché dovrai dire no, dovrai non esserci quando tuo figlio ti chiederà di esserci, e questo non dovrà dilaniarti, né consumarti poco a poco, perché saprai di essere nel giusto, perché dovrai rispettare e difendere zone di presenza e zone di assenza, difendere ogni tua scelta, perché tuo figlio possa credere a ciò che sei.

Mi stacco la figlia dalla caviglia un paio di volte la settimana, dice mi manchi. Un sorriso e un calcetto sono il dono che le faccio.
L’altra metà della separazione lo fa insieme a me, né colpe né debiti, non è più il tempo.
Niente più conti aperti, o quei conti riempiranno il cuore di tuo figlio.
Perché la separazione ti travolge se non la guidi.

Non potrai essere il genitore di prima, lo sarai di meno e lo sarai di più, lo sarai peggio e lo sarai meglio.
Non dovrai indennizzare la sua ferita, o non sarai credibile, non potrai nascondere la famiglia andata con l’ombra di essa.
No, non potrai tenere unito ciò che è diviso, dovrai al contrario disegnare un bel solco profondo dentro tuo figlio. E il giorno in cui hai tracciato quel solco non te lo dimenticherai finché campi.
Se sei arrivato fin lì, è perché non sei la moneta di scambio della sua felicità. Dunque non potrai esserlo adesso.

La separazione non è un pranzo di gala. Ci va lo stomaco forte. La separazione è a gran voce, sapendo di essere nel giusto, ed essere nel giusto ogni minuto ci vanno spalle larghe.
Dovrai scacciare i dubbi ogni fredda e grigia mattina, ti tremeranno le mani e dovrai restare fermo.

Avevo una figlia, ora ne ho due, quella del padre e quella della madre, e le amo entrambe.
Ho affermato la scelta consapevole come principio, se quel principio dovesse cadere, mi crederà sciocca.
Le ho mostrato la strada, se dovessi affogarla nella nebbia, si perderà.
Le ho insegnato il sacrificio e la frustrazione, la lotta per una scelta, per una convinzione, un sogno, se li renderò inutili, non me lo perdonerà.

Andate in metropolitana allora, e guardate quelle facce da non ne posso più.
Se hai deciso di cambiare, la separazione è la fase dopo, e quelle seguenti. È ghigliottina, Terrore, Termidoro e tutto quanto. Sono i piani quinquennali. La separazione è Culturale.
Personalmente preferisco la formula caraibica, c’è la musica, ma va difesa ogni giorno, embargo, Baia dei porci, attentati.
La separazione è in tutto il mondo, ed è permanente.

Perciò non andate in giro a chiacchierare di rivoluzione, se non avete la barra dritta.


lunedì 3 ottobre 2016

IL MORBO


La famiglia morbosa c’ha il morbo, il morbo della Famiglia.
È solita nominare se stessa così: La Famiglia, con l’articolo davanti.
Il morbo è pericolosissimo, quasi nessuno è immune, attecchisce anche nei soggetti più refrattari, anche in coloro che si sono già curati dal precedente morbo della precedente Famiglia, in cui sono nati. Forse è questo il motivo per cui, nonostante le cure, ricadono.

Più che una vera famiglia, La Famiglia è una cosca, con legami che non si limitano all’amore e alla protezione, ma si spingono a formule di appartenenza e possesso indiscutibili e al di sopra di tutto, scienza, morale, sentimenti, legge.

I suoi membri stanno sempre azzeccati tra loro, solo loro, e non si stanno mai fuori dal palle l’un l’altro. Questa prassi, che ricorda i Bizantini, soprattutto nel periodo oscurantista, gioca un ruolo importante nella crescita dei piccoli.
Di solito la fratellanza è incoraggiata fino a diventare gemellare, fratelli e sorelle devono fare tutto insieme, crescendo in un unisono rassicurante e impenetrabile.

La famiglia affetta da morbo è dogmatica: l’unica fonte di spiegazione della Famiglia si trova dentro la Famiglia stessa, che genera e garantisce la propria verità autofondandola, così come la verità del Corano è garantita dal fatto di essere stato dettato da Dio in persona.
Dentro La Famiglia tutto, l’alfa e l'omega, fuori di essa il nulla.

Il morbo le dà casa, le dà opinioni, e soprattutto il morbo la nutre.
La Famiglia mangia solo il cibo della Famiglia, o che ne abbia superato il consenso unanime, di tutto il restante commestibile non si fida e comunque, in caso si decidesse ad assaggiarlo, non le piace, perché ha papille impassibili che hanno prodotto enzimi apatici.

L’obiettivo unico e assoluto de La Famiglia è: La Famiglia. Non è in cerca di altri obiettivi, di cui essa sia strumento, non allevare persone uguali alle altre e che nelle altre si riconoscano, ma al contrario  che se ne difendano. Il traguardo non è immergersi nel flusso ampio, storico, cosmico, e comunque finalizzato all’appartenenza al mondo, facendosi mezzo per il cambiamento, bensì prepararsi alla difesa dal peggio, addestrarsi alla conservazione della Famiglia stessa.

Nella famiglia affetta da morbo vengono organizzate continuamente cose “di Famiglia”, che sono eseguite compatti e impermeabili a trasformazioni e modifiche.
La Morbo-Famiglia può andare in giro con una macchina sul cui lunotto posteriore sono appiccicati adesivi-icona che ne ritraggono i vari componenti, come a dire: Ti avverto, qui ci siamo noi e tu non hai l’adesivo, quindi non conti niente. E l’adesivo non te lo daranno mai, perché sono faccende di sangue, faccende di clan, dove chiunque non porti il marchio, porta una minaccia.

Il morbo costruisce in casa una piccola chiesa, con sacerdoti e liturgie e, come ogni religione rinnega le altre, anche il morbo struttura questa chiesa in forma escludente e soprattutto non ammette la possibilità che non esista religione.

La Famiglia è quanto di più noioso e sterile esista in questa nostra società bisognosa di cambiamento, bisognosa di sciogliere antichi nodi e di nuove filosofie.
La filosofia del morbo punta ad annientare ogni possibile rimasuglio di imprevisto annegando con esso ogni possibilità di evoluzione, in senso darwiniano, dei suoi membri, i quali sono scientificamente condannati a soccombere decadendo di generazione in generazione in una stirpe di inutili, il cui destino verrà divorato da coloro che sono disposti ad accogliere il cambiamento.

Questa famiglia malata di questo grave morbo fa solo il suo compito, il compito dei malati gravi, quello di portare a morte certa.