lunedì 21 novembre 2016

VERITÀ


Di perfetto c’è solo il silenzio
non un tacere d’altri ma il tuo.

Se solo una goccia di pioggia cadesse su un tetto
se una voce
un aeroplano
una ruota sulla pietra
dovessero disturbarci,
noi scompariremmo.

Perché possiamo vivere soltanto
in compagnia di spiriti,
allungate sui ripiani con il velo della polvere,
nell’intercapedine tra il quadro e la parete,
scendiamo tra l’acqua del rubinetto
code di topi sul pavimento
tremiti delle lenzuola
che frusciano come pagine.
Allora non c’è straccio o battipanni
che ci spazzi via.

Ma scompariremmo
per un sussulto
un “Hurrà! Ecco vi ho viste!”
Noi scompariremmo persino
se qualcuno osasse pronunciarci,
come l’amore
di cui molto si parla,
come le bugie nell’incanto del narrarle,
e noi viviamo ,
nel buio del sonno.


lunedì 14 novembre 2016

DOMENICA


Oggi mi ha telefonato uno, non so se da qui o dall’aldilà, e mi ha detto di coso, com’è che si chiamava?
Due settimane fa. Già bello che sepolto.

I miei amici morti erano tutti un po’ drogati, un po’ alcolisti, un po’ della gentaglia. Sono tutti morti da soli, chi giù dalla finestra, chi accartocciato in fondo al letto, chi ammalato. Tutti colpevoli, tutti stronzissimi, non un avvertimento, un cenno.
Allora io penso che se me ne sto riparato, a me non succede.

Facciamo ordine, c’è un posto per tutto, un cassetto per le brutte notizie, che non è raro che arrivino di domenica, uno per le cose che è meglio dimenticare, che invece te le ricordi benissimo la domenica, uno per le sigarette, che se ne fuma tante la domenica.
Mai che ti trovi ad aprire un cassetto dove hai nascosto dei soldi.

Forse dovrei ammazzarmi, come gli altri.
Io ho sempre fretta: quando è oggi, desidero che sia domani, quando è Natale, penso all’anno prossimo. Sembra veramente che ho fretta: quando è questa vita, penso già a quando non lo sarà più.
E poi visto che è un continuo spendere soldi, se passerà in fretta, potrò risparmiare.

È come l’altra domenica. Perché allora non l’ho fatto l’altra domenica? Ah già, cozze per cena.

Quindi è così che sono sopravvissuto, finora.
Non mi ricordo se son l’ultimo... Qualcuno l’ho certamente dimenticato. È  quando mi arriva la notizia che son morti che me li ricordo.
Ma io aspetto, toccherà anche a me.

Ecco, è domenica, la vicina impazza, ce l’ha col marito che tradisce la dieta e mangia di nascosto. Domenica scorsa era lo stesso. Perché non si lasciano? Lui potrebbe mangiare tutto quello che gli va, i fritti le caramelle i gelati, e lei starebbe finalmente  zitta.
Avrei silenzio la domenica, senza questa sensazione che il mondo fuori va avanti senza di me.

Dovrei telefonare a qualcuno.
No, ché poi mi tocca parlare, non chiamo proprio nessuno, ormai ho litigato con tutti, e quelli con cui non ho litigato la pensano più o meno come me.
Perciò non andrò certo a disturbarli nelle loro tombe.

lunedì 7 novembre 2016

VE LA SIETE CAVATA CON POCO


Ve la siete sempre cavata con poco,
avete detto parole
avete offerto cene
avete mostrato i muscoli o fatto la voce grossa.

Avete mandato canzoni
avete voluto voluto voluto
facendo appello alla forza
per un giorno,
guidando accanto a noi da “Ti porto via”
per una notte,
parlando con noi da “Io ti salverò”
per una volta sola,
e siete rimasti a guardare, solidi,
in attesa.

E così avete avuto il nostro amore, i nostri occhi,
la nostra indulgenza.
Con poco, con poco.

Ma mandare canzoni
non è come scriverle.



lunedì 31 ottobre 2016


L'ISOLA


Qui non c’è niente.
Proprio niente.
Il mondo non manda più neppure un urlo, un battito.
Mondo, batti un colpo.
Niente. Qui tutto continua a oscillare col mare, e niente più.

All’inizio, lo ammetto, era una grande avventura. Fui io a convincerti. E chi lo nega?
Ma oggi è diverso. Certo sì, splende il sole... Come splende questo sole.
Non è che non mi piaccia il sole, anzi, guarda cara, la mia pelle si è anche abituata, non mi brucio più.

All’inizio, cara, era enorme questo mare, ci bastava, ci bastava la promessa che conteneva, bastava a questa casa semplice, bianca, ben riparata dal sole. Bastava ai lunghi giorni di fatiche, nel dolce impegno di amarti.
Allora era abbastanza, fare arrivare l’acqua, far crescere le piante, guadagnarsi ogni anno un mezzo metro d’ombra in più, la risposta a tutto era la fatica. Troppo tempo passato nella malinconia della città.

La odiavamo la città, ci lasciava senza fiato. E senza amore, quando troppa, troppa gente si metteva tra noi abitando il nostro destino.
È nella città che ti ho trovata, avevi poco sole sulla pelle e un tremore nervoso sul labbro.

Poi è arrivata l’isola, ci è fiorita dentro ancora prima che la raggiungessimo noi.
Sì, ora mi ricordo, ricordo perché l’abbiamo voluta, cercata.
Lo so, lo so cara che sei ancora la stessa, lo so che hai messo te nelle mie mani, che i tramonti ancora dicono “domani”.
Oh, perdonami, non potrei mai negare la bellezza dell’isola...

...O forse ci pensi anche tu?

Hai anche tu il sospetto che questa non sia davvero l’isola, ma un fondale dipinto? Una gabbia aperta che imita un’isola.
Lo vedi anche tu? Guarda l’ombra del fico, immobile, ha un occhio inquietante, non ti pare? E il mare, laggiù, dove finisce, là il mare, beh, mormora oltre...
L’isola si è presa le nostre vite, ingannandoci.

La fuga, te la ricordi? Come fu rapida, tanti anni fa cara. Ma come sarebbe lenta, e vile, oggi, per questi flutti. Non credi cara?
Lo so che non vuoi tornare da dove sei venuta. No, neanch’io vorrei.

Ma qui, guardati intorno, non c’è niente da far crescere, non c’è un’altra stagione da scoprire, e non c’è sasso che io non abbia tirato nel mare senza che prima o poi ritornasse alle mie mani.
Ora parlo la lingua di questi pescatori, e i tuoi capelli non sono cambiati di un filo.
Non invecchiamo forse noi cara? Eppure giurerei che proprio di invecchiare si stava parlando, e io voglio, lo voglio, invecchiare.
Qui abbiamo dimenticato tutto.

Ma stanotte l’orizzonte mi spia le budella, mi ha scoperto. Da quando siamo qui non l’avevo mai visto tanto lontano, era sembrato a portata di mano, e invece guardalo là, traditore, come bisbiglia di raggiungerlo ancora una volta.
Non so neppure io dove andare, anch’io qui ho casa e altrove non più. Non ti chiedo di distruggerla, cara, ma solo di viaggiare.


lunedì 24 ottobre 2016

VITA DA CANI


Il veterinario aveva detto che venivi su grande e grossa, 35 chili. Hanno detto border collie, alano, beagle, labrador, pitbull, english pointer, invece sei più uno di quei cani di ceramica nelle scene di caccia. Ma neanche a trovare tartufi sei buona, scavi buche di metri da seppellirci una famiglia, ma non trovi nulla che somigli a una cosa non dico preziosa, ma almeno utile.

A due mesi promettevi bene, ti sognavo atletica, alta, fiera, l’invidia del parco.
Invece stai diventando un Cacciatorino con le gambe, ti allunghi e non ti alzi, somigli tanto al 75 sbarrato col soffietto in mezzo.
In più cammini con l’orgoglio ferito, la testa bassa, la dignità non è che un ricordo atavico, sembra che ti fai schifo da sola, e la cosa non è elegante.
E come se non bastasse, sei pure vigliacca, lo vedo che quando un altro cane fa l’aggressivo, la tua sola strategia è fingerti morta, e resti in quello stato di morte apparente fino a che l’altro non scompare all’orizzonte.

Hai rischiato di chiamarti Girina, e quando è stato pronunciato “Ceci” ho concluso l’asta.
Cecilia? Ma quale Cecilia. A casa mia umani e bestie hanno nomi diversi.
Nessuna Cecilia, è Cecenia. Proprio così. L’amico mio che tu odi, è stato lui a scoprirlo, tu sei un Bracco Ceceno, usato come sminatore sulle montagne del Caucaso. E la faccia ce l’hai.

E poi ci sono gli altri nomi, Cujo, perché al buio voi cani siete tutti assassini, e Bracco Il Cane Stracco, perché sei in realtà un incrocio tra un bracco e un pigro.
E dopo questa, altre qualità in te non ne vedo.

Per il resto, da cane, puzzi da starti lontano, e anche se tu pensi che io ti abbia partorita, tu sei sempre una lurida bestia, concepita nel più brutale dei modi in un fetido angolo di terra, e io sempre da lurida bestia ti tratterò.
Cibo, se ce n’è, niente cappottino d’inverno, coccole quando va a me, botte quando mi fai incazzare. Curerò solo le malattie gravi, non andrò in sbattimento per i tuoi umori, ti abbatterò se morderai qualcuno, è un attimo che ti lego al guard-rail, non avrò riguardi per le tue piccole sofferenze di bestia.

Tra l’altro mi devi un sacco di soldi.

I tuoi occhi tristi, rossi e in discesa, con me non attaccano, volevo solo avvertirti.
Che a dire il vero ci ho anche provato a farmi una chiacchierata con te, su argomenti anche parecchio importanti, ma nulla mi toglie dalla testa che tu non stessi ascoltando.

Questo per dirti che apprezzo la tua amicizia, che a volte mi chiedi troppo amore e gioco, e io non amo giocare, e che non capisci un fico secco di quel che ti dico e questo ti rende perfettamente inutile, ma sai perdonare, gran cosa, buona amica.

Il nuovo bonus video fresco della settimana scorsa
con LUI
e con L’ALTRA



Non so più come dirvelo, Alberto Marotta è un genio, salviamolo dal canile





lunedì 17 ottobre 2016

ALLA NEBBIA


Alla nebbia
opaca
che ancora è buona quando copre
che ancora ci fa galleggiare
se dobbiamo navigare.

Alla nebbia
che maschera
e quasi culla
se sotto a nascondersi si agita
un qualche male.

Alla nebbia di passaggio
che dura un’ora e tiene dormienti
i demoni
che non vedi
che non senti

che ti avranno
presto o tardi.

Alla nebbia di alcuni
che forse vivono bene loro
alla loro nebbia dediti
nella nebbia esausti dal vagare
con gli orologi fermi.

Alla nebbia dunque,
ché anche la mia è qui
e dice taci
e mente
e mi soffia nell’orecchio
la canzone della demenza.

Io nella nebbia mi sveglio la notte
un lupo che mi morde una caviglia
lo sento appena e non lo vedo.
Così non urlo,
perché non ho male,
solo una sottile paura
che tutto finisca
col tacere per sempre.

lunedì 10 ottobre 2016

NON È UN PRANZO DI GALA




Guardate che facce, facce da derubati, violentati, affranti, sfiniti.
Hanno un desiderio che li divora, il desiderio di cambiare, di farla finita con i compromessi, con l’accettazione passiva, chiedono di vincere per una volta la loro sacrosanta battaglia.

E anche quando il tuo ex vivrà alla porta accanto, e saranno pacche sulla spalla, e sarà lui a raccoglierti col cucchiaino per i tuoi sogni infranti, per il tuo cuore spezzato, anche allora, la tua separazione non sarà un pranzo di gala.

Perché dovrai dire no, dovrai non esserci quando tuo figlio ti chiederà di esserci, e questo non dovrà dilaniarti, né consumarti poco a poco, perché saprai di essere nel giusto, perché dovrai rispettare e difendere zone di presenza e zone di assenza, difendere ogni tua scelta, perché tuo figlio possa credere a ciò che sei.

Mi stacco la figlia dalla caviglia un paio di volte la settimana, dice mi manchi. Un sorriso e un calcetto sono il dono che le faccio.
L’altra metà della separazione lo fa insieme a me, né colpe né debiti, non è più il tempo.
Niente più conti aperti, o quei conti riempiranno il cuore di tuo figlio.
Perché la separazione ti travolge se non la guidi.

Non potrai essere il genitore di prima, lo sarai di meno e lo sarai di più, lo sarai peggio e lo sarai meglio.
Non dovrai indennizzare la sua ferita, o non sarai credibile, non potrai nascondere la famiglia andata con l’ombra di essa.
No, non potrai tenere unito ciò che è diviso, dovrai al contrario disegnare un bel solco profondo dentro tuo figlio. E il giorno in cui hai tracciato quel solco non te lo dimenticherai finché campi.
Se sei arrivato fin lì, è perché non sei la moneta di scambio della sua felicità. Dunque non potrai esserlo adesso.

La separazione non è un pranzo di gala. Ci va lo stomaco forte. La separazione è a gran voce, sapendo di essere nel giusto, ed essere nel giusto ogni minuto ci vanno spalle larghe.
Dovrai scacciare i dubbi ogni fredda e grigia mattina, ti tremeranno le mani e dovrai restare fermo.

Avevo una figlia, ora ne ho due, quella del padre e quella della madre, e le amo entrambe.
Ho affermato la scelta consapevole come principio, se quel principio dovesse cadere, mi crederà sciocca.
Le ho mostrato la strada, se dovessi affogarla nella nebbia, si perderà.
Le ho insegnato il sacrificio e la frustrazione, la lotta per una scelta, per una convinzione, un sogno, se li renderò inutili, non me lo perdonerà.

Andate in metropolitana allora, e guardate quelle facce da non ne posso più.
Se hai deciso di cambiare, la separazione è la fase dopo, e quelle seguenti. È ghigliottina, Terrore, Termidoro e tutto quanto. Sono i piani quinquennali. La separazione è Culturale.
Personalmente preferisco la formula caraibica, c’è la musica, ma va difesa ogni giorno, embargo, Baia dei porci, attentati.
La separazione è in tutto il mondo, ed è permanente.

Perciò non andate in giro a chiacchierare di rivoluzione, se non avete la barra dritta.


lunedì 3 ottobre 2016

IL MORBO


La famiglia morbosa c’ha il morbo, il morbo della Famiglia.
È solita nominare se stessa così: La Famiglia, con l’articolo davanti.
Il morbo è pericolosissimo, quasi nessuno è immune, attecchisce anche nei soggetti più refrattari, anche in coloro che si sono già curati dal precedente morbo della precedente Famiglia, in cui sono nati. Forse è questo il motivo per cui, nonostante le cure, ricadono.

Più che una vera famiglia, La Famiglia è una cosca, con legami che non si limitano all’amore e alla protezione, ma si spingono a formule di appartenenza e possesso indiscutibili e al di sopra di tutto, scienza, morale, sentimenti, legge.

I suoi membri stanno sempre azzeccati tra loro, solo loro, e non si stanno mai fuori dal palle l’un l’altro. Questa prassi, che ricorda i Bizantini, soprattutto nel periodo oscurantista, gioca un ruolo importante nella crescita dei piccoli.
Di solito la fratellanza è incoraggiata fino a diventare gemellare, fratelli e sorelle devono fare tutto insieme, crescendo in un unisono rassicurante e impenetrabile.

La famiglia affetta da morbo è dogmatica: l’unica fonte di spiegazione della Famiglia si trova dentro la Famiglia stessa, che genera e garantisce la propria verità autofondandola, così come la verità del Corano è garantita dal fatto di essere stato dettato da Dio in persona.
Dentro La Famiglia tutto, l’alfa e l'omega, fuori di essa il nulla.

Il morbo le dà casa, le dà opinioni, e soprattutto il morbo la nutre.
La Famiglia mangia solo il cibo della Famiglia, o che ne abbia superato il consenso unanime, di tutto il restante commestibile non si fida e comunque, in caso si decidesse ad assaggiarlo, non le piace, perché ha papille impassibili che hanno prodotto enzimi apatici.

L’obiettivo unico e assoluto de La Famiglia è: La Famiglia. Non è in cerca di altri obiettivi, di cui essa sia strumento, non allevare persone uguali alle altre e che nelle altre si riconoscano, ma al contrario  che se ne difendano. Il traguardo non è immergersi nel flusso ampio, storico, cosmico, e comunque finalizzato all’appartenenza al mondo, facendosi mezzo per il cambiamento, bensì prepararsi alla difesa dal peggio, addestrarsi alla conservazione della Famiglia stessa.

Nella famiglia affetta da morbo vengono organizzate continuamente cose “di Famiglia”, che sono eseguite compatti e impermeabili a trasformazioni e modifiche.
La Morbo-Famiglia può andare in giro con una macchina sul cui lunotto posteriore sono appiccicati adesivi-icona che ne ritraggono i vari componenti, come a dire: Ti avverto, qui ci siamo noi e tu non hai l’adesivo, quindi non conti niente. E l’adesivo non te lo daranno mai, perché sono faccende di sangue, faccende di clan, dove chiunque non porti il marchio, porta una minaccia.

Il morbo costruisce in casa una piccola chiesa, con sacerdoti e liturgie e, come ogni religione rinnega le altre, anche il morbo struttura questa chiesa in forma escludente e soprattutto non ammette la possibilità che non esista religione.

La Famiglia è quanto di più noioso e sterile esista in questa nostra società bisognosa di cambiamento, bisognosa di sciogliere antichi nodi e di nuove filosofie.
La filosofia del morbo punta ad annientare ogni possibile rimasuglio di imprevisto annegando con esso ogni possibilità di evoluzione, in senso darwiniano, dei suoi membri, i quali sono scientificamente condannati a soccombere decadendo di generazione in generazione in una stirpe di inutili, il cui destino verrà divorato da coloro che sono disposti ad accogliere il cambiamento.

Questa famiglia malata di questo grave morbo fa solo il suo compito, il compito dei malati gravi, quello di portare a morte certa.


giovedì 15 settembre 2016

I CAMPEGGIATORI E LA CORSICA


La Corsica è divisa in partes tres.
E i campeggiatori con lei.

La Corsica famosa.
Sono le spiagge delle cartoline, i visitatori ci vanno pensando che ci devono andare.
Lì c’è il campeggiatore dell’ultima ora, che non significa improvvisato. Ha comprato tutto nuovo da Decathlon.
È un giapponese delle spiagge, il campeggio è un posto a buon prezzo dove lasciare la roba e tornare a dormire. La mattina lascia una tenda inespugnabile e ci rientra la sera. Tutti i giorni. Ogni sera guarda la cartina e conta i chilometri, presto si accorgerà che non è questione di contare.
Al quarto giorno è distrutto. Decide di passarlo al campo, ma è un’anima in pena, non sa dove mettersi, ha montato la tenda al sole, sgrida il figlio annoiato, perché sgocciola, perché mette i sassolini fuori posto.
Può, a seconda, lamentarsi dei bagni o lodarli: sono comunque il suo parametro di giudizio della qualità del campeggio. Quando torna dalla doccia sembra uscito da una spa.
Le prime sere cucina qualcosa sul fornello a gas, le altre si va al ristorante. Tiene pulite le ciabatte, in tenda non entra un granello di sabbia, la macchina la mette all’ombra.
Praticamente campeggia difendendosi dal campeggio.
La sua attrezzatura se vuoi ora la trovi su ebay.

La Corsica cattiva
È quella che ho vissuto a lungo, soffrendola e cercandola, un efficacissimo addestramento all’adattamento.
Pura natura, isolamento, silenzio. C’è bosco, ci sono i cinghiali, i tori, e i Corsi cattivi.
È difficile raggiungere le spiagge, con sterrati lunghi e sfiancanti, o sentieri confusi nella macchia minacciosa. Non esistono bar della spiaggia, se dimentichi l'acqua sei fottuto.
Sono spiagge inospitali, con un mare cristallino e spesso increspato, battute dal vento e addolcite dal profumo di elicriso portato delle dune assolate.
Sono zone di affezionati, non cambierebbero mai, hanno girato tanto e qui si sono fermati, perché qui stanno in pace, soli e remoti.
Il campeggiatore di qui è un tipo ginnico, fa vela, canoa, rafting, d’inverno è sempre in montagna, la doccia la fa fredda e veloce, subisce zanzare, vespe e cinghiali senza fare una piega. È un soldato, va solo nei campeggi ombrosi perché sa bene che l’unico vero nemico in tenda è il sole. Parla poco o niente coi vicini, e i vicini non parlano con lui.
Solitari, autarchici, organizzati ma essenziali, silenziosi quando montano e smontano. Ti alzi un mattino e sono scomparsi, agili, preparati, sportivi.

E poi c’è il mio posto segreto, lo sanno tutti ma è lo stesso un segreto, perché quando l’ho scoperto è stato come se me lo fossi inventato in un sogno. 
Di tutti, è l’unico posto che non ho ereditato dall’infanzia, eppure ci ho trovato, adulta, le mie cose di bambina zingara, una specie di paradiso perduto della memoria.
Qui ci trovi quei campeggiatori che non cercano niente, se non il posto che hanno attorno, sabbia e mare quanto basta.
Sono oziosi ma si danno da fare, bonificano il terreno, risparmiano l’acqua lavando i piatti, dedicano parte della loro vacanza a ingegnarsi per fabbricare utensili, ma non sentono il bisogno di costruire una fortezza.
Il campeggio non li affatica, li vivifica.
Hanno le torce la notte, perché la notte è buia, quando non c’è la luna. Sono pronti alla doccia fredda, ma spesso non la fanno.
Organizzano cacce al tesoro, insegnano ai figli le stelle, i venti, e a stare fuori dai piedi, ma i loro figli non si sa più di chi siano i figli, si confondono con i figli degli altri. Bambini e adulti fanno per lo più vite separate, ritrovandosi per i pasti, eventualmente.
Presto o tardi si amalgamano in una grande famiglia, prendono abitudini, si invitano e si vanno a trovare da una tenda all’altra, magari si portano la sedia, ché gli altri le hanno di numero, bevono, cantano, grigliano insieme.
Tutti sanno che stamattina qualcuno ha pescato un polipo. Allora vanno a pesca anche loro per fare cena insieme.
Qualcuno, mentre dormi la mattina presto, sta portando il cane a correre in spiaggia, così passa a prendere anche il tuo.
La notte vanno in spiaggia, ci mangiano, ci dormono, fanno il bagno all’alba quando l’acqua è piatta.
Si raccontano cose della loro vita. E alla fine, quando qualcuno parte, pensano che forse lo rivedranno l’anno prossimo, si scambiano il numero.
Campeggiatori e campeggio sono una cosa sola, loro lo amano, lo difendono, lo usano con amore e levità, e il campeggio protegge loro.
Loro in fondo sono a casa solo quando arrivano lì, e se un giorno vanno via tutti, lì è come se non ci fosse mai stato nessuno, perché quella è la terra che percorrono scalzi.


mercoledì 7 settembre 2016

PUNTATA 14


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TREDICI




Mi piacerebbe poter dire che è stata una cosa pulita, elegante, una specie di solenne ultimo atto liberatorio. Magari un cocktail preparato con acqua ragia, “Tieni caro, brindiamo...
Come quei personaggi del tenente Colombo, tutti ragionevoli, eleganti, freddi.

Ma non è andata così, nulla è stato pensato, messo a punto, l’ho annegato nella vasca da bagno e non so neppure come ci sia riuscita. I bambini di là dormivano. Quella sera la più piccola non voleva proprio saperne.
Erano ancora piccoli. 

E mentre lo annegavo non credevo, lo giuro, di ucciderlo. Pensavo “ora reagirà, riuscirà a reagire, ad avere la meglio”, ma invece non ce la faceva, era sorprendentemente arrendevole, e io ormai non sapevo fermarmi, tornare indietro e liberarlo. Era una stretta di ferro, che aveva scolpito entrambi in un monumento all’odio.


     Alcuni di noi, ai giardini, si erano persi. “Siamo tra adulti” sembravamo dirci guardandoci l’un l’altro negli occhi da lontano, attraverso le catene di un’altalena, ma eravamo ragazzi, dentro un recinto, allo sbando e ancora alla ricerca. Ci guardavamo desiderosi, annaspando, quelli di noi che erano diventati genitori così, senza un vero piano. E nelle case che ci aspettavano a sera non c’erano spiegazioni su che cosa fosse accaduto mentre diventavamo genitori, mogli e mariti, non c’erano dei perché.

Tutti senza lavoro, senza un “vero lavoro”. Ma neppure tanto interessati ad averlo, un lavoro, che ci avrebbe resi sicuramente infelici. Perché il lavoro non crea persone felici, ma soltanto persone indaffarate, che non possono occuparsi della propria infelicità, persone inventate, che dal lunedì al venerdì credono di essere qualcosa di più di corpi brutali, pensano qualcosa di sé.

Ai giardini, nel recinto, nell’orario dei bambini e dei genitori, andare a bere alla fontana, spingere un’altalena, questo non era pensare qualcosa di sé, inventarsi un qualcuno, non era come un lavoro, con il suo abito, la sua postazione, con i suoi orari e il suo stipendio mal pagato, non era nulla di più di un corpo brutale.
No, nessun genitore laggiù, solo personaggi incompleti, personaggi senza ruolo, e che da tempo si domandavano che fine avesse fatto il loro amore.
Smarriti, dentro il giardino, eravamo ombre. Le ombre di ciò che eravamo stati, o di ciò che avremmo voluto essere.

Dunque, se ciò che siete ha a che fare col vostro amore, ricordatevi che quando finirà il vostro amore, rimarranno due corpi.



FINE